lunedì 26 giugno 2017

FRATELLI COLTELLI

- Commà, non sai niente?
- Cosa?
- Il suocero di Angelina Laino l’ha sorpresa in casa con Giuseppe Biondi!
- Quella ha il marito Allamerica… lo dicevo io che prima o poi doveva capitare…
Di bocca in bocca, di casa in casa e di contrada in contrada la voce si sparge dappertutto a Buonvicino e dintorni. È la primavera del 1929 e da questo momento in contrada Vernile dove abitano i due presunti amanti, tutti cominciano a controllarne i movimenti e la cosa sembra davvero credibile, vista la frequenza con la quale i due sono visti parlare dentro e fuori la casa di Angelina
Ma si sa che la voce pubblica ha bisogno di sempre nuovo combustibile per alimentarsi, così basta poco perché scoppi un’altra bomba
- Commà, non sai niente?
- Cosa?
- Pare che Cristina, la moglie di Giuseppe Biondi, se la fa con suo cognato Francesco!
- Il fratello di Giuseppe?
- Si si
- O gesummaria!
- E non è tutto…
- Dimmi, dimmi…
- Pare che Cristina se la sia fatta pure col marito di Angelina prima che partisse Allamerica
- Commà, una cosa di queste non è possibile, Cristina è una santa donna…
- Commà è vero, me l’ha detto Angelina in persona… mi ha detto che lei ha rapporti carnali con Giuseppe Biondi per ripicca verso Cristina che le ha sedotto il marito…
E la pace in casa di Giuseppe Biondi finisce. Cristina da quando si è saputo della relazione tra suo marito e Angelina ha notato un cambiamento in peggio di suo marito. Giuseppe da parte sua, da quando è stato convinto da Angelina che sua moglie lo ha tradito, è diventato una furia, addirittura insopportabile e i loro quattro figli piccoli non ne capiscono la ragione.
Ovviamente anche i rapporti tra i due fratelli si raffreddano per i sospetti di Giuseppe, fino ad arrivare all’inimicizia e a niente valgono le rassicurazioni, i giuramenti e i buoni uffici degli altri familiari e degli amici comuni.
Giuseppe e Francesco Biondi hanno un altro fratello, Beniamino, sposato con figli che rimane equidistante tra i due e non perde occasione per cercare di farli riavvicinare.
Manca poco all’imbrunire del 24 giugno 1929. Beniamino Biondi si incammina verso il putighino di Francesco Liserre, a circa un chilometro e mezzo da casa sua, per consegnargli 13 chili e mezzo di bozzoli.
A calata del sole, dopo cioè mezz’ora di cammino, entra nel locale di Liserre e ci trova suo fratello Giuseppe in compagnia di due forestieri che lavorano alla strada e di altri paesani.
- Siediti con noi che ci beviamo un bicchiere di vino – lo invita Giuseppe, ordinando un litro al negoziante. La compagnia è buona ma è ormai buio, così il gruppo di amici decide di spostarsi a casa di Beniamino per bere un altro bicchiere, cantare qualche canzone e fare quattro salti. La baldoria comincia per strada al suono della chitarra di uno dei due forestieri e una volta in casa, stappata un’altra bottiglia, si mettono a ballare una tarantella nella stanza da letto, la più grande delle due camere di cui si compone la casa, così i bambini si svegliano e cominciano a ballare con i grandi. Poi qualcuno bussa alla porta.
È Francesco. Fermo sulla soglia di casa a gambe larghe, il viso serio e la mano destra nella tasca della giacchetta. Forse nasconde un’arma. La chitarra zittisce e la tarantella si ferma. Beniamino teme che il fratello possa avere brutte intenzioni
- Francì, caccia la mano dalla tasca e bevi un bicchiere con noi
Francesco non ascolta le parole del fratello e fa qualche passo nella prima stanza della casa, quella adibita a cucina, poi si affaccia nella camera da letto dove sono tutti e incrocia per un attimo lo sguardo di Giuseppe, il quale si rimette in testa il cappello di paglia, lancia un altro sguardo torbido al fratello mordendosi una mano in segno di minaccia, si alza e si avvia verso l’uscita per andare via. Passa accanto al fratello senza più degnarlo di uno sguardo. Francesco, da parte sua, non si gira nemmeno verso Giuseppe e gli mostra le spalle.
Giuseppe è sulla porta di casa, sta uscendo, poi si gira all’improvviso verso l’interno con il braccio teso e una rivoltella in mano. Parte un colpo verso Francesco che non viene raggiunto. Forse anche Francesco impugna anche una rivoltella e forse spara anche lui, o forse no. Nessuno è in grado di affermarlo con certezza perché tutti urlano per la paura di essere colpiti per sbaglio e cercano di nascondersi. Partono altri due colpi che però mancano di nuovo il bersaglio. Il rumore delle detonazioni rimbomba sinistro nelle orecchie dei presenti e quando si fa silenzio l’urlo straziante di Angiolina, la moglie di Beniamino, gela il sangue nelle vene di tutti i presenti
- Figlio mio, m’hanno ammazzato a Dominichiello!
Ai suoi piedi c’è il figlio Domenico di sette anni in una pozza di sangue che si allarga a vista d’occhio. Un proiettile gli si è conficcato nella nuca e lo ha ucciso all’istante.
Angiolina è in piedi, impietrita. Beniamino si china sul bambino, lo smuove, lo chiama, gli urla di rispondergli, ma è tutto inutile. Quando alza lo sguardo, nella camera sono rimasti solo lui, Angiolina e Dominichiello. Gli altri sono scappati tutti lasciandoli da soli col loro dolore.
Angiolina si scuote, prende in braccio il bambino, cerca di ripulirlo dal sangue che comincia a seccarsi, lo adagia sul letto e comincia a cantargli le nenie che gli cantava per farlo addormentare. Beniamino cammina avanti e indietro nella stanza parlando tra sé e sé per cercare di ricostruire la dinamica dei fatti, ma molti particolari gli sfuggono.
Un paio di vicini accorsi dopo il trambusto se ne stanno silenziosi in un angolo, quando entra Giuseppe con gli occhi che sembrano quelli di un uomo che ha appena pianto. E gli occhi gli si riempiono di nuovo di lacrime alla vista del corpicino di Domenico steso sul letto dei genitori
- Era come un figlio per me… – farfuglia tra i singhiozzi mentre abbraccia Beniamino. I due si dicono qualcosa all’orecchio, poi Giuseppe se ne va e sparisce nel buio della notte, poco prima che da Diamante arrivi il Maresciallo Nicola Minora
- Mentre suonavamo e ballavamo sentimmo bussare alla porta. Era mio fratello Francesco. Io rimasi subito impressionato dal suo atteggiamento perché sapevo i precedenti e l’invitai subito a togliere di tasca la mano e a sedersi. Ma Francesco non aderì alla mia richiesta e si limitò a volgere uno sguardo truce a Giuseppe; questi, senza profferir motto, prese la paglia che aveva poggiato sul petto e fece l’atto di andarsene. Ma aveva di qualche passo varcato la soglia della porta che immette nel secondo vano di casa, quando repentinamente si volse ed estratta la rivoltella fece subito fuoco all’indirizzo di mio fratello Francesco il quale, a sua volta, quasi nell’istesso istante, ha estratto di tasca la rivoltella e ha fatto fuoco contro il suo avversario. La scena fu così fulminea che io non so meglio ricostruirla, anche perché sentii subito gridare mia moglie “figlio mio, m’hanno ammazzato a Dominichiello!”
- Quindi hanno sparato tutti e due, ne siete sicuro?
- Si. Mio fratello Francesco, ad onta del grido di mia moglie e della tragica fine di mio figlio, continuava a tenere in mano la rivoltella puntata contro Giuseppe ed io, ad evitare più tristi conseguenze, afferrai la rivoltella per tentare di disarmarlo e gridai all’indirizzo di Giuseppe: “fermo Giuseppe!”. questi infatti cessò dal far fuoco, mentre Francesco si oppose reiteratamente al punto che non riuscii a disarmarlo, dopo di che fuggirono tutti
- Secondo voi chi ha colpito vostro figlio?
- Non sono in grado di precisare chi abbia ucciso il mio bambino
- Vi ricordate quanti colpi sono stati sparati?
- Possono essere stati tre o quattro
Una ricostruzione precisa, confermata anche da Angiolina: sia Domenico che Francesco hanno sparato. Ma bisogna rintracciare e interrogare gli altri tre testimoni oculari perché possono aver visto da quale rivoltella partì il colpo fatale. Stando così le cose, i due fratelli vengono ricercati entrambi per omicidio volontario, poi si vedrà.
- Appena Giuseppe Biondi vide entrare il fratello Francesco si alzò di scatto, gettò a terra la paglia, si morse una mano coi denti e uscì sullo spiazzale antistante alla porta di entrata e immantinente sentimmo l’esplosione di un colpo d’arma da fuoco. Subito dopo rientrò Giuseppe e tenendo la rivoltella in pugno, rimanendo nella stanza di entrata, vidi il braccio teso; io ebbi paura e mi nascosi dietro la porta da dove non potevo vedere cosa Giuseppe facesse e fu proprio in questo mentre che intesi le esplosioni di altri due colpi. Vidi il fratello Francesco che colluttava col fratello Beniamino, ma non potetti scorgere se fosse armatofu così fulminea e istantanea la scena che non mi sono nemmeno accorto che il bambino fosse stato colpito a morte – racconta l’operaio sidernese Giuseppe Bertirami
- Giuseppe sparò un colpo di rivoltella in aria. Nel frattempo Francesco era rimasto con noi e non si impressionò affatto del colpo di rivoltella, anzi disse: “Possiamo ballare un pochettino?” e Beniamino rispose: “vattene da casa mia”. E nel mentre Beniamino continuava a gridare spingendo il fratello verso l’uscita, Giuseppe rientrò di nuovo e, puntata la rivoltella verso il fratello Francesco, fece fuoco tirando un primo colpo e dopo un minuto secondo esplose un altro colpo. Il fratello Francesco estrasse nel contempo la rivoltella ma non fece in tempo a fare fuoco perché Beniamino vi fu subito addosso e gli contorse la mano facendolo piegare con la metà del corpo sulla sponda del letto. Io non mi sono accorto che il bambino fosse stato mortalmente attinto dall’arma di Giuseppe – dice l’altro operaio sidernese Domenico Gismondi
- Quindi avete sentito solo tre colpi?
- Posso garantire finché vivo che i colpi sparati sono stati tre e che Francesco non ha avuto il tempo a far uso dell’arma che aveva estratto
- Francesco estrasse anche lui la rivoltella ma non ebbe tempo a farne uso perché il fratello Beniamino gli fu sopra, gli torse il braccio e lo curvò sul letto – conferma il terzo testimone oculare, Giacomo Barbieri.
Ma allora Beniamino Biondi e sua moglie cosa hanno visto? Certamente il dolore per la perdita del bambino ha fatto si che i loro ricordi non siano precisi, oppure stanno accusando deliberatamente Francesco per scagionare Giuseppe e, nonostante le altre tre testimonianze concordanti che li smentiscono, continuano a sostenere che a sparare furono tutti e due i fratelli e che, quindi, poteva essere colpito da tutti e due, magari da quello che sparò più basso. Vattelapesca!
Nella notte tra il 24 e il 25 settembre deve accadere qualcosa nella famiglia Biondi perché la mattina del 25 Francesco e Giuseppe si costituiscono insieme ai Carabinieri di Belvedere Marittimo e scelgono lo stesso avvocato, Ernesto Cauteruccio, che accetta e sarà costretto a difendere due posizioni diametralmente opposte.
- Ero ubriaco e non ricordo niente. Però escludo nel modo più assoluto di avere sparato, né ricordo se abbia estratto di tasca la rivoltella, né so dove questa sia andata a finire perché ero talmente ubbriaco che ho perduto completamente la memoria di ciò che è avvenuto quella sera. Stamattina ho incontrato per strada Giuseppe mentre venivo a costituirmi, come stava facendo anche lui e a noi si sono uniti nostro padre e due cognati che ci hanno accompagnati. Io non ho avuto con mio fratello Giuseppe alcuna parola di risentimento perché ho capito che la causa della nostra disgrazia è stata la Laino Angelina – dice Francesco.
- Francesco esplose al mio indirizzo due colpi di rivoltella, uno dei quali uccise il povero bambino. Tutto ciò io ho appreso dai testimoni ai quali lo ha riferito mio fratello Beniamino perché io non ricordo niente per il vino bevuto… dopo il delitto, tanto a me che a mio fratello è caduta la benda dagli occhi ed abbiamo fatto pace ed è perciò che ci siamo costituiti insieme
In verità non sembra affatto che si siano riappacificati e la cosa emerge ancora meglio quando i due vengono messi a confronto e continuano con ostinazione a mantenersi sulle proprie posizioni: Francesco dice di non aver sparato e Giuseppe dice che a uccidere il nipotino è stato Francesco. L’unica cosa sulla quale concordano è il fatto di non ricordare nulla a causa dell’ubriachezza. Poi Francesco perde la pazienza e sbotta
- Vedi io come sono buono, tu accusi me, mentre io lascio che tu mi sprofondi, ma io non ti accuso perché ho dolore che sei mio fratello
Come uscire da questa confusione di ruoli? Nessuno lo sa e i due fratelli languono in carcere per un paio di anni, poi forse si apre una crepa nel muro alzato da Beniamino e da sua moglie Angiolina la quale, nuovamente interrogata il 31 maggio 1930, ammette
- Mio cognato Giuseppe uscì fuori la strada ed ivi sparò un colpo di rivoltella. Facilmente il mio ragazzo, attirato dallo sparo si mosse per andare a vedere e si trovò perciò sulla soglia della porta di mezzo ed ivi fu colpito perché mio cognato Giuseppe immediatamente dopo sparato nella strada rientrò e continuò a sparare in direzione di mio cognato Francesco che era nella seconda stanza da letto
Più o meno ciò che riferirono i testimoni oculari. Ma Beniamino non si sposta di un millimetro dalla sua posizione: hanno sparato entrambi i fratelli e tutti e due, potenzialmente hanno potuto colpire il bambino.
Ma ormai la strada è segnata se anche i difensori dei due fratelli, che nel frattempo sono cambiati essendo stati nominati da tutti e due imputati gli avvocati Tommaso Corigliano e Francesco D’Andrea del foro di Cosenza, indicano nella loro memoria difensiva Giuseppe Biondi come unico autore dell’omicidio per aberratio ictus [In diritto penale, la locuzione latina aberratio ictus si riferisce a un'ipotesi d'errore nella fase esecutiva di un reato, che si verifica quando il reo offende una persona diversa dalla vittima designata].
Il 20 giugno 1930 la Sezione d’Accusa concorda con questa imputazione e rinvia a giudizio solo Giuseppe per omicidio volontario e tentato omicidio, scagionando Francesco anche dal reato di porto abusivo di rivoltella perché non è stato sufficientemente provato che quella maledetta sera fosse armato.
Il 13 maggio 1931, concesse le attenuanti della provocazione grave, della temporanea e parziale infermità di mente, nonché le attenuanti generiche, la Corte condanna Giuseppe Biondi a 1 anno e 3 mesi di reclusione per l’omicidio del piccolo Domenico e lo assolve dall’imputazione di tentato omicidio nei confronti del fratello.[1]




[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 23 giugno 2017

L'ONORE DI MIA MOGLIE

Sono le 15,00 del 14 marzo 1952 e la primavera è già sbocciata lungo il corso del fiume Lao. Il Brigadiere Francesco Macrì, comandante della stazione dei Carabinieri di Orsomarso è in servizio di pattuglia in contrada Castiglione quando viene raggiunto da un suo sottoposto, il Carabiniere Antonio Simmaco, che in località Bonicaso era stato commesso un omicidio. I due si avviano per raggiungere il luogo del delitto ma lungo la strada vengono fermati da un giovane, dall’apparente età di anni 30, il quale dice di essere l’autore del delitto
- L’ho dovuto ammazzare per difendere l’onore di mia moglie - giura
- Va bene, ma declina le tue generalità
- Mi chiamo Mantova Pasquale, nato a San Giorgio Morgeto provincia di Reggio Calabria il 2 aprile 1922 e domiciliato in Orsomarso
- Bene, andiamo in caserma e nel frattempo mi racconti come sono andati i fatti
- Qualche giorno fa mia moglie mi ha detto che il nostro vicino Vincenzo Mammoliti da un po’ di tempo la circuiva e cercava di possederla. Tale fatto mi ha turbato fortemente sia perché eravamo entrambi coloni nella stessa fattoria, sia perché egli mi aveva cresimato
- Aspetta un attimo… Mammoliti non è un cognome di queste parti…
- Si, infatti eravamo compaesani… anche lui era di San Giorgio Morgeto
- Era? È lui il morto?
- Si, è lui
- Continua a raccontare
- Mia moglie non mi ha detto subito del corteggiamento perché era sicura di poter convincere il mio compare a lasciarla in pace e per questo ella aveva pregato la moglie di dirgli di smetterla, senonché la mattina del 13 scorso, mentre mia moglie era intenta a mungere le vacche nella stalla, il compare si era presentato e aveva cercato di usarle violenza carnale. A stento era riuscita a resistere alle tentazioni dell’uomo… dopo questo fatto mi ha messo al corrente di tutto. È stato allora che è nata in me l’idea dell’omicidio. Stamattina  mi sono recato in Santa Domenica Talao ove si celebravano i funerali di una mia parente e qui mi sono incontrato col Mammoliti e mi sono unito a lui. Ho pensato che, dovendo fare il ritorno assieme, era arrivato il momento opportuno per vendicarmi. Preciso che prima di incontrare il compare avevo comprato un coltello presso un negozio del luogo con l’intento di servirmene nella vendetta. Durante la strada del ritorno il Mammoliti mi ha avvertito che i vicini di casa avevano sparso la notizia che egli era diventato l’amante di mia moglie.mi diceva di non dare retta a quelle voci che erano infondate in quanto egli non si sarebbe mai permesso di venir meno a quel senso di di lealtà e di amicizia che animava le nostre famiglie. Io insistevo che tale voce era giunta alle mie orecchie ed io la ritenevo veritiera. Nel frattempo eravamo giunti a circa duecento metri dalle nostre abitazioni ed egli mi pregava di porre fine alla discussione, anche perché aveva visto a poca distanza i suoi figli intenti a lavorare. Dato che ero deciso a farla finita per sempre col Mammoliti, gli sono saltato al collo e mentre con la mano sinistra lo afferravo per il collo, con la destra gli vibravo quattro colpi di coltello. egli ha cercato di difendersi con una piccola scure che teneva in mano, ma non è riuscito perché è stato da me preso alla sprovvista. Quando l’ho visto cadere per terra sono andato a casa ad avvertire del fatto mia moglie ed i miei parenti e poi sono venuto a costituirmi. Il coltello è stato da me consegnato a mia moglie…
- Sei molto geloso… tua moglie ti ha mai dato da pensare?
- Non sono mai stato eccessivamente geloso di mia moglie perché la ritenevo una donna onesta e certamente il Mammoliti ha dovuto circuirla senza però riuscire a possederla
“La ritenevo” questa affermazione si insinua come un tarlo nella mente del Brigadiere Macrì. Che non sia tutto vero quello che Pasquale Mantova gli ha raccontato? Si vedrà, intanto, chiuso l’assassino in camera di sicurezza, bisogna andare sul luogo del delitto per iniziare le indagini.
Arrivato in contrada Bonicasi, Macrì trova il cadavere per terra in posizione supina lungo il viottolo che va a Santa Domenica Talao con i segni evidenti di tre coltellate al petto e una all’addome
- Ho sentito mio padre urlare – racconta piangendo Stella, la diciassettenne figlia della vittima – e sono corsa; lo trovai disteso a terra esanime mentre Pasquale Mantova cercava di estrarre il coltello infisso nel torace e diceva ”Stai comodo, tu stai comodo in questo luogo e io me ne vado”. Poi si è allontanato e io mi sono buttata su mio padre che esalò proprio allora l’ultimo respiro
- Non lo so perché lo ha ammazzato… qui adesso tutti dicono che è stato per gelosia… se mi fosse venuto all’orecchio che Vincenzo se la intendeva con la moglie del compare avrei fatto come quattro anni fa quando lo sorpresi con una ragazza e la accoltellai. Dopo di allora Vincenzo non mi ha più dato motivi di sospetto – racconta Antonietta Perrone, la vedova
- Noi sappiamo che la moglie di Mantova si è lamentata con voi per il comportamento di vostro marito
- Nulla appresi da Pasqualina Guerrisi né da altri e di nulla io ebbi ad accorgermi! Se lei dice il contrario, mente
E Pasqualina Guerrisi cosa ha da dire? Lei è la chiave di tutto.
- Mi corteggiava da quasi sei mesi… mi pretendeva come amantenon potendo più tollerare tale stato di cose, ieri raccontai tutto a mio marito il quale montò sulle furie ma non disse nulla di quello che aveva in mente di fare nei riguardi del defunto… oggi, verso le 13,30, Pasquale è rientrato a casa e mi ha consegnato questo coltello – dice mostrandolo al Brigadiere che glielo toglie dalle mani – dicendomi di consegnarlo quando venivano i Carabinieri perché lui aveva ucciso Mammoliti ed andava a presentarsi alla legge
Tutto sembra coincidere e quadrare: Vincenzo Mammoliti era uno a cui piaceva conquistare le donne ma l’ultima era la donna sbagliata e ci ha rimesso le penne. Pasquale Mantova ha ucciso per difendere l’onore di sua moglie e sicuramente se la caverà. Poi si presenta uno zio di Pasqualina Guerrisi, Michele Guerrisi, e racconta una storia che potrebbe compromettere l’onorabilità di Pasqualina
- Ho visto Vincenzo Mammoliti che cercava di abbracciare mia nipote e questa cercava di allontanarsi sorridendo, entrando nella stalla. Poi uscì, chiuse la porta con il gancetto e si stava avviando verso casa quando Mammoliti le si avvicinò di nuovo. Pasqualina riaprì la porta della stalla ed entrò in essa seguita dal Mammoliti. Poiché la porta nella parte superiore è a cancellata, io potei benissimo vedere che il Mammoliti abbracciò la Guerrisi e la strinse a sé e lei, sorridente, cercò di nuovo di liberarsi dalla stretta. Io allora tossii ed il Mammoliti lasciò la Guerrisi ed uscì dalla stalla. Mi vide e fu allora che io lo redarguii dicendogli di lasciar stare mia nipote ed egli mi pregò di non parlare con nessuno di quanto avevo visto, promettendomi che in avvenire non l’avrebbe più avvicinata. Di questo fatto non parlai con Pasquale Mantova né con altri e solo poco fa l’ho rivelato a mio fratello, il padre di Pasqualina. Aggiungo di aver saputo, per voce pubblica, che mia nipote non si era mantenuta onesta nei confronti del marito e che aveva fatto ridire sul suo conto con altri uomini, dei quali però non conosco i nomi
- Non è vero che quando il defunto Mammoliti venne a trovarmi nella stalla io avevo già chiuso la porta e poi l’ho riaperta entrando io per prima, come non è vero che io cercavo di liberarmi da lui sorridendo. Quando il Mammoliti entrò nella stalla io ero intenta a governare gli animali – si difende Pasqualina
Intanto risulta vero il fatto che Pasquale Mantova ha acquistato il coltello la mattina del delitto perché il negoziante Giuseppe Ricciardi giura di aver venduto quel coltello la mattina del 14 marzo.
Il Giudice Istruttore ha dei dubbi sulla qualifica dell’omicidio: Delitto d’onore? Premeditato? Volontario?
Delitto d’onore? No. Questo star dietro alla donna, questo tentarla quando il marito era lontano, quell’assiduità verso di lei fa ritenere che ancora Mammoliti non avesse raggiunto il suo scopo e che la congiunzione carnale tra i due non fosse avvenuta. Ora, l’art. 587 C.P. che prevede l’ipotesi delittuosa dell’omicidio a causa d’onore richiede espressamente la sussistenza di una relazione carnale, di rapporti cioè sessuali naturali o contro natura dell’uomo colla donna, che addiviene alla congiunzione tra i due, in luogo dei quali non può essere preso in considerazione il semplice sospetto di una tresca, ma addirittura la sussistenza effettiva di altri concreti atti di libidine. Inoltre Pasquale Mantova, lo dice egli stesso, dopo aver appreso dalla moglie i tentativi di Mammoliti, non dimostrò alcun risentimento concreto verso il compare.
 Premeditato? Non può dirsi che l’omicidio sia stato, nel senso tecnico giuridico della parola, premeditato; difatti, tranne il generico riferimento in proposito dell’imputato che rivela più che altro un prorompente, incontenibile sentimento di rancore, di accorato biasimo, di sdegno verso lo scorretto e infedele compare, nulla di serio, di concreto e di convincente vi è in processo che possa far ritenere che il Mantova avesse già in mente un disegno completamente definito ed un proposito deliberatamente meditato. Manca la prova che vi sia stata persistenza e continuità del proposito criminoso per un congruo lasso di tempo.
Volontario. Il sordo rancore per l’altro e l’idea di eliminare Mammoliti gli si era, sia pure confusamente e senza contorni precisi, presentata alla mente, onde alla prima occasione opportuna ben potette sorgere la decisione di attuarla; tanto più che l’imputato, a questo fine, si era munito la mattina stessa dell’omicidio di un forte e acuminato coltello che poi servì benissimo alla bisogna. Ed è per omicidio volontario che si procede.
Ma a complicare le cose ci pensa Pasquale Mantova che, dopo quindici giorni di carcere, ritratta la confessione e sostiene di aver agito per legittima difesa dopo essere stato aggredito da Mammoliti
- Cammin facendo, il Mammoliti cominciò a parlarmi della diceria uscita sul conto suo e di mia moglie, insistendo nel dire che non era vero nulla. Allora io gli risposi che il fatto era vero e alle sue insistenze di negativa io cominciai ad alterarmi ed il Mammoliti mi minacciò dicendomi di farla finita altrimenti mi avrebbe rotto il culo. Nel dire ciò, con un’accetta senza manico che teneva in mano cercò di colpirmi e difatti mi attinse agli avambracci. Allora io persi il controllo di me, estrassi un coltello che tenevo in tasca e con esso lo colpii ripetutamente fino a quando lo vidi cadavere per terra. non è vero che io proditoriamente assalii il Mammoliti e che questi per difendersi mi colpì con la scure. Se ciò risulta dai miei precedenti interrogatori significa che ebbi a dirlo, ma non dissi la verità perché avevo la testa in una grande confusione – poi nega anche di avere acquistato il coltello la mattina del delitto, come confermato dal commerciante –. Il coltello con cui commisi l’omicidio fu da me comprato circa un mese prima per servirmene in campagna
Il Giudice bolla queste affermazioni come maturate nel malsano ambiente del carcere dove ricevette indubbiamente i suggerimenti ed i consigli dei compagni di sventura e creò di conseguenza il nuovo piano difensivo e delineò il sistema migliore per attuarlo e renderlo credibile. Le uniche parole credibili pronunciate da Pasquale Mantova sono quelle contenute nel primo interrogatorio in cui rivelò la vera, schietta, genuina ragione del suo operato. E d’altra parte, osserva il Giudice, l’Istituto della legittima difesa, così come stabilito dal nostro codice, per cui un individuo può respingere con la propria forza la violenza altrui ha un campo di applicazione ben delimitato, al di fuori del quale si sconfina nella più aperta responsabilità penale. Secondo l’art. 52 C.P., difatti, perché questa causa di esclusione dal reato sussista, occorre sia il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sia la necessità di una difesa e la proporzione tra difesa e offesa. Nessuno di questi elementi ricorre a favore del Mantova.
L’imputato viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza con l’accusa di omicidio volontario e porto abusivo di coltello.
Il 23 giugno 1952 la Corte ritiene che l’indegna condotta dell’ucciso nei riguardi di Guerrisi Pasqualina aveva determinato nell’animo di Pasquale Mantova una crisi di acuto dolore, di disperazione, di esasperazione che merita tutta la comprensione e la considerazione umana; Mantova fu spinto al delitto dall’impulso incontenibile e dall’irresistibile bisogno di ripristinare il turbato equilibrio morale della sua famiglia, di eliminare il costante pericolo dell’insidia alla moglie, di tutelare l’onore compromesso del suo nome e di non perdere l’amore, l’affetto, l’esclusivo dominio fisico della sua donna, della madre dei propri figli. E tali motivi che lo indussero al delitto non possono che ritenersi inquadrati nell’attenuante generica prevista dall’art. 62 n° 1 del C.P., cioè ritenuti di tale particolare valore morale da portare ad una diminuzione generica della pena, e condanna l’imputato a 9 anni e 4 mesi reclusione, più 4 mesi di arresto.
Il successivo ricorso in Appello viene parzialmente accolto e, con il riconoscimento dell’attenuante dello stato d’ira, la pena viene fissata in 8 anni di reclusione.[1]





[1] ASCS, Processi Penali.

lunedì 19 giugno 2017

IL PADRE É MIO PADRE

Fioravante Amato, nato ad Amantea nel 1876, da giovane faceva il sarto ma con scarsi risultati e così, approfittando del fatto che suo padre era stato guardia municipale, riesce a farsi assumere come inserviente al Comune di Amantea. A 25 anni si sposa con Maria Miraglia, che è più giovane di lui di 10 anni – però quando mi sono sposato a mia moglie non l’ho trovata buona, precisa – e i due fanno 10 figli.
Fioravante subito dopo il matrimonio rivela subito la sua indole: manesco, minaccioso, violento, brutale e rissoso. A farne le spese sono la povera moglie, che nel corso degli anni diventa una vera a propria larva umana perennemente coperta di lividi, e i figli, che di lui hanno terrore. Ma sull’altro piatto della bilancia ci sono la sua proverbiale onestà, correttezza e morigeratezza sul posto di lavoro e la fiducia che in lui moltissime persone ripongono è addirittura smodata.
Nel corso degli anni, però, le sue caratteristiche peggiori vengono, se possibile, aggravate dalle abbondanti bevute di vino che lo portano a tornare a casa quasi sempre ubriaco e allora sono botte da orbi per tutti quelli che gli capitano a tiro, prima fra tutti ovviamente sua moglie che fa scudo col proprio corpo ai figli. E con l’abuso di alcol cominciano ad arrivate anche le crisi convulsive che si accentuano col tempo e lo lasciano stordito e incapace di ricordare quello che ha appena combinato. È comprensibile che questo stato di cose pregiudichi anche il suo rapporto di lavoro ma gli amministratori comunali, per pietà verso la di lui famiglia povera, chiudono un occhio.
Poi, come un fulmine a ciel sereno, verso la fine del mese di aprile del 1928, ad Amantea si sparge la voce che Fioravante ha una relazione incestuosa con la sua figlia diciannovenne Rosa, che è incinta ma non si sa con precisione di quanti mesi.
La voce in questi ultimi giorni è uscita dallo stato di vocificazione circospetta e guardinga ed assunse il tono dell’accusa precisa e formale contro l’Amato, verso di cui si manifestò apertamente lo sdegno ed il raccapriccio della pubblica opinione – scrive il Maresciallo Filippo Giampaolo –. Tali nuove circostanze indussero il Segretario Politico del locale fascio ad espellere l’Amato per indegnità dalle fila del Partito Fascista. Anche il Podestà di Amantea licenziò dall’impiego l’Amato. Questi, intanto, per sottrarsi allo sdegno del pubblico si allontanò dal paese e tutti immaginarono che l’Amato fosse ricercato dalla giustizia perché colpito da mandato di cattura. Ma, come capita qualche volta in questi casi, la Giustizia ignora tutto. È il 5 maggio 1928.
La mattina dell’8 maggio, Stefano Grandinetti, capo manipolo della milizia fascista di Amantea, sta accompagnando in automobile il medico Luigi Florio a fare delle visite in contrada Cannavino quando si accorge che un uomo cerca di nascondersi dietro un muretto paracarro della strada
- Non è che quello è Amato? – fa al medico
- Fermatevi, se è lui cerchiamo di acciuffarlo ché lo accompagneremo in caserma – risponde Florio
Grandinetti scende dall’auto, si affaccia dal muretto e riconosce Fioravante
- Vieni con me, è finita!
- Vi prego, eccellenza, lasciatemi stare – lo implora prendendogli le mani tra le sue e cercando di baciargliele, ma Grandinetti le ritrae e lo spinge in macchina.
La voce dell’arresto di Amato si sparge in men che non si dica e subito vi fu un affacciarsi di persone dalle finestre e dalle porte, mentre le vie adiacenti si affollarono di una discreta folla e tutti, nel comunicarsi la notizia, manifestarono il proprio compiacimento per l’arresto del turpe individuo, emettendo al suo indirizzo parole di esecrazione.
Il Maresciallo, davanti all’eccitamento della folla,  decide di trattenere l’uomo e di mandare a chiamare la moglie. La donna, che ormai ha davvero poco di umano per gli stenti patiti, racconta la sua tristissima storia
- Mio marito mi ha sempre maltrattato fin dai primi giorni del nostro matrimonio – la voce è flebile, stentata e a fatica si riescono a capire le parole – e potete vedere in che stato sono ridotta. Egli era dedito al vino e quando ritornava a casa ubbriaco, il che avveniva spesso, dava le busse a me ed ai figliuoli e perfino le minacce a mano armata di rivoltella erano quasi immancabili. Tutti i figli, compresa Rosa, avevano grande soggezione del padre e lo temevano. Rosa non mi palesò nulla di quello che era avvenuto tra lei ed il padre, né io mi accorsi di nulla. Notai, è vero, per parecchi mesi che le mestruazioni non le venivano, ma lo attribuii alle continue paure di cui era vittima mia figlia per le scenate continue che il padre faceva in famiglia. Verso questi ultimi tempi però vidi che le cresceva il volume della pancia ed allora pregai mia zia Carolina di cercare di appurare se qualcuno l’avesse posseduta. Dopo pochi giorni mi diede l’orrenda notizia che mia figlia era stata posseduta proprio da mio marito – Maria fa il gesto di asciugarsi una lacrima, ma gli occhi sono asciutti, non ci sono più lacrime da piangere –. Tale notizia mi accasciò al punto che io neppure domandai né allora, né dopo, né a mia zia e né a mia figlia i particolari del fatto
E Rosa? Cosa ha da dire Rosa su questa brutta storia?
- Mio padre è sempre stato un violento… – esordisce – io ho sempre avuto di lui una grande paura. Un giorno, non ricordo più se del settembre o del novembre scorso, mia madre ed i fratelli più grandi erano fuori di casa ed io ero rimasta per accudire i fratellini più piccoli e mia sorella Teresa che è idiota. Verso le quattro del pomeriggio i miei fratellini giocavano davanti la  porta quando io vidi entrare mio padre ubbriaco. Egli chiuse la porta e senza profferire parola mi afferrò, mi riversò sul letto, mi alzò le vesti e mi abbassò le mutande. Io rimasi addirittura sbalordita e tentai più volte di rialzare e riabbottonarmi le mutande ma egli le riabbassava con maggiore violenza e salì anche lui sul letto. Si buttò sopra di me e, nonostante i miei sforzi per liberarmi… – Rosa si prende il viso tra le mani e singhiozza per il male che sente nel rievocare la scena e la vergogna di doverla raccontare a degli uomini. Il Maresciallo capisce lo stato d’animo della ragazza e la interrompe chiedendole
- Non hai gridato? C’era tua sorella, hai detto
- Io non gridai perché non c’erano nemmeno i vicini e quindi pensai che le mie grida sarebbero state inutili… e mia sorella non capisce niente… la teniamo sempre legata su di una sedia
- Perché non lo hai raccontato subito a tua madre?
- Non palesai il fatto a mia madre né ad altri subito dopo sia perché sapevo il carattere violento di mio padre e temevo le sue ire e sia perché sentivo una grande vergogna… Poi mia zia Carolina mi ha chiesto se avessi avuto relazione con qualcuno ed in seguito alle sue insistenze le raccontai tutto
- Tuo padre prima e dopo di allora ti aveva… dato fastidio?
- Mai in precedenza mio padre mi aveva fatto proposte oscene od altrimenti dimostrato la sua intenzione di possedermi, né dopo quella volta mi possedette più
Il Maresciallo ed il Pretore di Amantea vogliono verificare di persona le affermazioni di Rosa e fanno un sopralluogo in casa Amato, così accertano che in effetti se i vicini non sono in casa e se qualcuno gridasse non sentirebbe nessuno. D’altra parte si rendono perfettamente conto che Teresa, da questo punto di vista, è come se in casa non ci fosse: su un giaciglio in un angolo è legata l’Amato Teresina, idiota ed epilettica, ragione per cui i familiari sono costretti legarla onde evitare che si procuri del danno. Richiesta costei delle sue generalità non risponde ed emette soltanto grida inarticolate, guardando con occhio di ebete ed emettendo dalla bocca una specie di bava, ragione per cui si ritiene perfettamente inutile esaminarla sulle modalità del fatto.
Poi interrogano zia Carolina che svela dei retroscena interessanti
- È stato mio nipote Fioravante a chiedermi se sua figlia Rosa avesse una relazione perché gli sembrava malata e come se nascondasse qualcosa. Io chiesi a Rosa cosa avesse e lei mi raccontò quel fatto orribile e che era incinta e io lo riferii a Fioravante, il quale negò tutto ma il suo contegno non mi parve sincero. Poi anche mia nipote Maria mi parlò esternandomi le sue preoccupazioni sullo stato della figlia, pregandomi di sondarla. Io, che già sapevo tutto, non ebbi il coraggio di dirle la cruda verità e le promisi che l’avrei accontentata. Dopo un paio di giorni le palesai tutto ed ella rimase come annichilita
Ma i guai per Fioravante Amato non sono finiti. Sulla sua testa piove un’altra accusa, quella di avere rubato, prima di darsi alla latitanza, dal cassetto della scrivania del segretario comunale 44 lire.
- La notte prima di sparire, Fioravante Amato dormì nel comune e la mattina dopo, recatomi in ufficio, ho trovato scassato il tiretto ove erano conservate £ 48, rinvenendo solo 4 lire e centesimi. Pertanto i miei sospetti sono caduti sull’Amato e ciò con fondatezza perché nessun altro nell’assenza di noi impiegati è rimasto da solo nel Municipio. Prima dello scasso del tiretto l’Amato si è sempre dimostrato onesto e godeva della fiducia di tutti, tanto che diverse volte gli furono affidate somme e mai s’è dovuto lamentare inconveniente alcuno – mettono a verbale l’avvocato Eugenio Marinaro, Segretario comunale, e l’impiegato Luigi Di Lauro
Ma se Marinaro e Di Lauro sembrano in qualche modo perplessi e imbarazzati dal comportamento di Fioravante Amato, il segretario politico del fascio di Amantea, Emanuele Gallo, non ha dubbi e gli dà addosso con veemenza
- Amato era già iscritto al fascio di Amantea quando assunsi la carica di segretario politico e appena lo conobbi mi convinsi di essere davanti a un pessimo individuo. E specifico: indolente come messo comunale, maleducato, fannullone, uomo di pochi scrupoli, poco amorevole verso la famiglia e verso la moglie specialmente, dedito al vino. Nel Municipio egli era mantenuto nonostante i suoi difetti per una certa pietà verso la famiglia. Egli dormiva nel Municipio per evitare di incontrare in casa il figlio, il quale forse avrebbe fatto qualche vendetta
Ma, allora, com’era in pubblico Fioravante Amato? Come lo descrivono gli impiegati del comune che lo avevano tutto il giorno tra i piedi, o come lo descrive Emanuele Gallo, al quale rimase antipatico dal primo momento?
Fioravante non può accettare anche questa accusa e svela
- In qualità di portiere del Municipio tenevo la chiave dell’ufficio per potere la mattina attendere alla pulizia del locale ed a quanto altro occorreva. Nei primi di maggio passai una notte sul portone del palazzo municipale avendo avuto quistioni in famiglia, però è assolutamente falso che io abbia approfittato di tale circostanza per rapinare il tiretto perché avevo lasciato le chiavi a casa e non potevo entrare
E le prove di ciò? Sicuramente sta mentendo. Ma se si riflette un attimo c’è un particolare che dovrebbe scagionarlo dal furto: possibile che, essendo stato licenziato in tronco, gli avessero lasciato le chiavi del comune? Incredibile! E infatti l’arcano viene spiegato. Fioravante è ormai ridotto a una larva e gli amministratori, per pietà verso la famiglia, poverissima, lo lasciano al suo posto (ha ragione il segretario del fascio) ma con la condizione che a sbrigare il lavoro sia suo figlio, il quattordicenne Antonio. Ecco, è Antonio ad avere le chiavi dell’ufficio, non suo padre, che non ha dormito dentro i locali ma steso davanti all’uscio come un cane. E cominciano i distinguo:
- Non posso, per coscienza, affermare che a commettere il furto sia stato proprio l’Amato – dice, come altri, l’impiegato comunale Antonio Perciavalle,
Ma è davvero sicuro che ci sia stato un furto con scasso all’interno degli uffici comunali? Non ci sono verbali dei Carabinieri che ne parlano, non ci sono denunce e non ci sono sopralluoghi. Anzi, pare che il tiretto scassato lo abbia visto solo il Segretario comunale e gli altri impiegati lo hanno dato per scontato. L’unico atto ufficiale nel quale si accenna al furto è la relazione del Pubblico Ministero al Procuratore del re. Ma tant’è.
Fioravante Amato viene rinviato a giudizio davanti alla Corte d’Assise di Cosenza per i reati di violenza carnale con abuso di autorità e di relazioni domestiche e di furto qualificato per scasso e abuso di fiducia derivante da scambievole prestazione d’opera. È il 17 novembre 1928.
Il dibattimento si apre esattamente un anno dopo e la difesa cerca subito di mettere in chiaro la questione del furto e così gli impiegati che prima accusavano Fioravante di essere l’autore del furto, adesso giurano essere vera la circostanza che le chiavi le aveva il figlio Antonio e non lui. Addirittura si presentano dei testimoni che definiscono Rosa come una poco di buono, una donna libera, praticamente una puttana, ma i Carabinieri smentiscono queste malignità. Poi comincia ad emergere che l’imputato sarebbe un epilettico e la difesa presenta un certificato medico vecchio di qualche anno, nel quale si attesta che Fioravante soffriva di attacchi epilettici e che, quindi, deve essere sottoposto a perizia psichiatrica. Dopo un’aspra battaglia procedurale, la richiesta viene accolta e Fioravante Amato scende nell’inferno di Barcellona Pozzo di Gotto per essere giudicato dai dottori Vittorio Madia e Oreste Della Rovere. È il 20 dicembre 1929.
Fioravante racconta ai periti che suo padre, guardia municipale, era di temperamento nervoso e molto dedito al vino; spesso litigava con la moglie malmenandola e bastonandola, tanto da costringerla talvolta a scappare di casa. Esattamente ciò che faceva egli stesso.
Ma qual è la personalità psichica di Fioravante? I periti osservano che ha l’espressione fisionomica di persona stanca, un po’ triste, a volte cupa, ma prevalentemente indifferente e diffidente. Assume l’aspetto che riflette i diversi stati d’animo attraverso cui egli passa. Contestatogli il delitto di cui è imputato, non si turba quasi affatto, eccetto il manifestare per fugacissimo istante lieve tremito della voce; bensì nega, tergiversa, spiega a modo suo essere il fatto attribuitogli una vendetta di madre e figlia che vogliono perderlo, donde spunti deliranti persecutori, specie contro i familiari e nelle risposte riesce slegato, egocentrico, talora incoerente per lieve dissociazione ideativa. In effetti la sua percezione è un po’ tarda, si accompagna a memoria labile, con debole capacità di fissare nuovi ricordi e di evocarne di vecchi; essa è associata a critica del pari lacunare, fiacca ed indebolita, donde circoscritto il campo dell’attività mentale. Ma ove il periziando mostra una più forte e completa lacuna, una deficienza e decadenza vera, è nel campo affettivo ed istintivo. Datosi a grado a grado all’abuso di vino,alla crapula continua e progressiva perde ogni sentimento altruistico e l’amor proprio; si va spogliando fatalmente d’ogni solidarietà con gli interessi familiari e sociali, si disamora gradatamente per i congiunti verso cui, specie verso le donne, è violento ed aggressivo. Egli passa, per conseguenza, quasi ad un parassitismo domestico, all’ozio cronico, degradante per un soggetto normale, poco o nulla pel nostro soggetto. Oramai egli sfrutta la moglie, i figli, le figlie; non lavora più perché torpido e debole nell’intelligenza, nonché con profondo pervertimento del carattere e della coscienza, che mostra minorata.
La tendenza al bere vino in eccessiva quantità, la dipsomania, che è per sé stessa un impulso, secondo alcuni autori sarebbe un equivalente di attacchi epilettici, secondo altri costituirebbe una sindrome alcoolofica. Che l’epilessia riconosca spesso l’azione alcoolica, e nel nostro soggetto dessa possa avere tale causa patogenetica, è provato esaurientemente da due elementi indubbi: egli, prima di divenire alcoolista non soffrì mai né convulsioni, né crisi nervose di qualsivoglia natura; l’altro elemento causale indiretto di molto valore è dato dall’esser nata dall’Amato una figliuola idiota, verosimilmente concepita in un momento di ubbriachezza del padre. Ciò premesso non è difficile riconoscere nel quadro segnato ai lumi dei fatti processuali e dell’esame obbiettivo personale somatico-psichico già detto, che egli è affetto da un doppio stato morboso comunque anormale. E poi l’interdipendenza fra causa ed effetto e viceversa dell’alcoolismo cronico con l’epilessia è marcata e ben evidente nell’imputato; gli alcoolisti facilmente, se posseggono una predisposizione costituzionale epilettogena, che i sottoscritti ammettono nell’Amato, divengono degli epilettici e gli epilettici hanno morbosa tendenza a bere alcoolici.
Nessun dubbio può esistere quindi che l’Amato Fioravante sia in atto un ammalato di mente e che in istato particolarmente morboso si sia trovato allorchè violentò la figlia.
Nessun dubbio che la malattia si sia iniziata già da tempo.
Dati i suoi impulsi e le episodiche crisi epilettiche a cui va incontro ed il decorso fatalmente cronico della sua infermità che lo rende pericoloso a sé ed agli altri,necessita la sua custodia e cura in un manicomio.
È fritto. Non uscirà mai più da lì. Ma c’è una sorpresa: la Corte d’Assise di Cosenza ordina al Direttore del manicomio di Barcellona Pozzo di Gotto di far tradurre con estrema urgenza l’imputato nel carcere di Cosenza perché il processo deve riprendere. Per fare cosa visto che il giudizio dei periti è chiarissimo? Vedremo.
Il 20 ottobre 1930 Fioravante Amato e l’avvocato Stanislao Amato, suo difensore di fiducia, sono presenti in aula alla riapertura del dibattimento e c’è subito un colpo di scena. Richiamata a confermare le sue accuse contro il padre, Rosa Amato ritratta
- Accusai mio padre ma non fu lui a possedermi, bensì uno sconosciuto
Troppo tardi? Troppo comodo ora che il padre è stato dichiarato pazzo? Troppo poco per sembrare credibile? Pietà? Vergogna? I punti interrogativi sono infiniti e non avranno risposta perché la Corte non rivolge alla ragazza nessuna domanda per chiarire la ritrattazione. La cosa è molto strana anche perché nessuno dei testimoni che vengono ascoltati dopo Rosa modifica di una virgola le proprie dichiarazioni di fronte a questa novità.
Ma la questione che resta incomprensibile davanti al giudizio dei periti che attestano come Fioravante Amato sia un ammalato di mente e che in istato particolarmente morboso si sia trovato allorchè violentò la figlia, è che tanto il Pubblico Ministero che la difesa chiedono alla Giuria la condanna dell’imputato riconoscendogli il beneficio del vizio parziale di mente. Perché? Perché allora lo hanno fatto sottoporre a perizia psichiatrica se ne disconoscono i risultati?
La Giuria fa tesoro di queste richieste e condanna Fioravante Amato a 3 anni, 5 mesi e 10 giorni di reclusione, oltre le spese, dichiarando condonato un anno della pena in base al Regio Decreto del 1 gennaio 1930.
La conseguenza è che il Presidente della Corte ordina l’immediata scarcerazione di Fioravante Amato perché la pena è stata già scontata con la carcerazione preventiva.
Fioravante non entrerà in manicomio nemmeno in seguito.[1]




[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 18 giugno 2017

RISPETTA IL CANE

È la sera del 7 maggio 1892 e l’assenza della luna rende il buio ancora più pesto. Nella strada sotto la fontana di Verbicaro un gruppo di giovani sta cantando. Poco distante un altro gruppo di giovani chiacchiera del più e del meno. Un cane è accucciato accanto a loro e aspetta pazientemente che il padrone, riprenda la strada per seguirlo
- E finitela! Se volete cantare andate in piazza o al Piano – urla Carmelo Cirimele all’indirizzo dei giovani che cantano e tutto ritornò nel silenzio.
Dopo qualche minuto passa accanto ai giovani che chiacchierano il ventisettenne Pietro Lucia. Forse per il buio non si accorge del cane accucciato o forse lo vede, ma sta il fatto che dà un pestone all’animale che guaisce per il dolore e scappa
- Perché hai battuto il cane pezzo di fesso? – protesta uno dei giovani, Francesco Cirimele
- Il cane è forse tuo? Per questo ti risenti? Io non l’ho fatto appositamente ma vi sono inciampato per caso – gli risponde Pietro Lucia
- Il cane non è mio ma è di Carmelo Cirimele qui presente e, come suol dirsi, tu dovevi rispettare il cane per amor del padrone! – ribatte Cirimele che comincia a insultare l’avversario urlando – Bestia! Porco! Animale! Attento che ti cavo gli occhi! – Pietro Lucia stava calmo. Poi Cirimele comincia a dare degli spintoni all’avversario che non reagisce ma dice
- Ma che cosa ho fatto? – Cirimele continua a spingerlo e, mentre gli altri giovani li guardano, i due si allontanano di qualche passo e si azzuffano.
Pietro le sta prendendo e, all’improvviso, caccia il coltello. Francesco si ferma di botto e alza le mani avanzando verso Pietro che ansante abbassa il coltello. Francesco, infingendo di abbracciarlo con una mano, con l’altra gli vibrò un colpo di coltello alla parte sinistra inferiore del ventre, praticamente all’inguine.
- Ci sei riuscito… – farfuglia Pietro barcollando mentre tenta di entrare in casa sua che è a una decina di metri da lui, ma fatti altri cinque o sei passi fu preso da svenimento a causa della quantità del sangue perduta e, giunto che fu nel Vico Fontana, stramazzò a terra rimanendo dopo pochi minuti cadavere fra le braccia di alcuni suoi parenti.
In pochi minuti arrivano i Carabinieri, il Sindaco e il Pretore che cominciano i rilievi e cercano Francesco Cirimele. Invano perché è sparito nel buio di quella notte senza luna.
Recisione della vena femorale. L’arma adoperata ritengo che sia stata un trincetto da calzolaio data l’ambiezza della ferita, ambiezza conservata fino quasi al fondo della ferita, certifica il dottor Francesco Adduci che esegue l’autopsia.
Francesco Cirimele, ventiquattrenne calzolaio, si costituisce due giorni dopo e racconta la sua versione dei fatti
- Ero con amici in Via Motta a tenere conversazione, quando passando Lucia Pietro calpestava la zampa del cane di Carmelo Cirimele che stava presso di noi. Di tal fatto redarguii esso Lucia dicendogli che tanto valeva maltrattare il cane quando voleva maltrattare il padrone; e però egli che veniva verso di me dicendomi “che cosa vuoi?” mi afferrava per la gola invitandomi di spingermi innanzi. Poscia cacciò di sacca un coltello e alla mia vista lo snodò dal manico. Io, temendo che mi ferisse, gli diedi una spinta e Lucia si allontanò. Restammo sul luogo altri due minuti circa e poi la brigata si sciolse ritirandosi ciascuno nella propria abitazione; io però invece di andare a casa siccome era di sabato, andai a trovare mio fratello Felice Antonio nella contrada Pastina. Il mattino appresso stavo per rientrare in paese quando incontrai compaesani che non conosco, i quali avvertivano mio fratello a non ritirarmi poiché io la sera prima avevo fatto quistioni col Lucia e l’avevo ucciso. Mio fratello mi interrogò sul riguardo ed io rimasi sorpreso e per non essere arrestato mi diedi in latitanza, però stamattina pensai meglio e mi costituii volontariamenteLucia se ne andò senza punto lamentarsi che né io, né i miei compagni, come debbo credere per non avermi nulla detto, ebbimo ad accorgerci che il Lucia era rimasto ferito
- Ma il trincetto lo avevi…
- Io quella sera, come tutte le altre notti, non portavo arma alcuna e perciò non è possibile che abbia ferito Lucia
- Avevate avuto qualche questione prima dell’altra sera?
- Io a costui non lo conoscia neppure di nome ed in conseguenza nessun precedente né di amicizia e né di inimicizia passava fra noi due… mi reputo innocente del fatto che mi viene addebitato…
- Eri ubriaco?
- Io quella sera ero nella pienezza dei sensi perché di vino ne avea bevuto appena un tredicesimo del litro
Sorprendente! Tanto sorprendente che al Pretore viene il dubbio che forse i testimoni possono avere equivocato i fatti e che quindi Pietro Lucia possa essersi ferito da solo accidentalmente, così richiama il dottor Adduci per chiarire questa eventualità
- L’arma che ha ferito pare molto difficile che fosse impugnata dal defunto Lucia, atteso il punto rimasto leso, dove difficilmente potea raggiungere la propria mano
- E l’arma potrebbe essere stata questa? – gli chiede il Pretore mostrandogli il coltello a serramanico trovato nelle vicinanze del cadavere
- Escludo che la ferita potette essere cagionata dal coltello che mi fate osservare per la stessa ragione della sua ampiezza, circa due centimetri, mentre la lama di cotesto coltello è larga appena un centimetro
Tutto chiaro adesso, omicidio volontario. E per questo reato Francesco Cirimele viene rinviato a giudizio presso la Corte d’Assise di Cosenza.
Il dibattimento comincia il 18 ottobre 1892 e nella stessa giornata viene emessa la sentenza di colpevolezza. Francesco Cirimele viene condannato a 20 anni di reclusione e pene accessorie. Il 10 febbraio 1893 la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso di Francesco Cirimele e la condanna passa in giudicato.
L’11 luglio 1893 la Corte d’Appello di Catanzaro ammette il condannato a godere dei benefici dell’indulto appena approvato e dichiara la pena diminuita di 3 mesi.[1]




[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 16 giugno 2017

VIGLIACCA E TRADITORA

Quando Antonio Del Genio (ma tutti lo chiamano Giovannino e così lo chiameremo anche noi) si stabilisce a Diamante dopo aver lasciato il suo paese natale Palmi, verso la fine dell’estate del 1925, ha quasi diciannove anni. Motivi di lavoro, ha trovato un impiego come cementista presso la Ditta Coscarelli.
Giovannino, dopo le lunghe giornate passate a impastare cemento, si guarda in giro per conoscere la realtà del posto e subito la sua attenzione viene catturata da una bella ragazzina, la sedicenne Carmelina Bruno, orfana di padre. È un vero e proprio colpo di fulmine e i due ragazzi si fidanzano in casa. Non passano che un paio di mesi quando la parola matrimonio irrompe prepotentemente sulla scena e i fidanzatini cominciano a fare le carte necessarie. Giovannino però ha un problema, lui le carte le deve fare a Palmi ma non ci può andare perché lavora, così comincia a tempestare i genitori perché provvedano al posto suo. I suoi genitori, da parte loro, sono un po’ perplessi per la fretta e l’insistenza con la quale Giovannino chiede le carte e il padre glielo scrive con parole dure
Palmi 24 gennaio 1926
Oggi appunto ricevuto un telegramma e io sono stuffo di questi telegrammi tu ne ai scritto che vuoi le carte del municipio e io te lo mandato e ho cacciato i soldi, non credere che le cose si fanno coi labbra e anche quelle della chiesa ti ho mandato tanto che il prete a fatto il bando per 3 e ti puoi sposare liberamente perché se io non ti dava il consento, tu non ti sposavi, allora se tu non crede, vai dal paraco del paese e domande se io ho spedito le carte della chiesa matrici. Quando io ti ho spedito tutto a me che cosa mi vuoi io non sono di bisogno perché se io era di bisogno allora tu ti trovava in famiglia, io poteva venire ma cagione di malattia di tua madre perché tu sai i condizioni suoi sennò veniva e faceva il mio dovere; chi sa se tua madre si può trovare nei suoi condizioni di poter viaggiare per trovare questa nora nuova con tutti i suoi
Alla fine queste benedette carte arrivano e il 5 marzo Giovannino e Carmelina coronano il loro sogno d’amore. Ma ricevono un brutto regalo: la cartolina di precetto. Giovannino dovrà partire soldato e trovarsi a Palermo tra due mesi. Due mesi e poi chissà quando si rivedranno.
Questa, però, è l’occasione buona per far conoscere i suoi genitori a Carmelina e passare un po’ di tempo in famiglia e così, verso la fine di aprile, partono in treno alla volta di Palmi e pare che la sposina sia accettata molto bene
Palmi 1 maggio 1927
Carissima Madre
Vi faccio sapere che io me la passo molto bene che mi vogliono bene tutti fatime sapere come si la passa lamia sorella (…)
Ma è davvero così? A leggere ciò che la madre di Giovannino scrive alla consuocera qualche giorno prima che il figlio parta soldato non si direbbe
Palmi 7-5-1927
Cara Signora
Vi scrivo questa lettera perché desidero da voi sapere certe cose che a me mi interessano, voi mi dicevavo che ci date una bella dote come pure 2 mila lire; io di tutto questo non vedo nulla, non ò visto biancheria e ne danari. Vorrebbe sapere di che cosa ci avete spese le 2 mila lire. Lo desidero sapere subito, io non credevo tutto c’iò che le davavo cose in piccolezze, io non so con quale coraggio avete sposato una figlia senza biancheria, ecco per esempio le avete dato quattro cuscina di lana e pisandola e 4 quinti, pensando mi sembra una cosa molto strana dunque cara Signora li avete scritto a Carmelina dicendo che avete debiti che lei sa come vi à lasciato, se lo sa o non lo sa non ave che farne. Forse sapeva che lei si è portato quella grande somma ed ora sentendovi che avete debiti vi aiuta, non è vero? vi avete fatto un grande onore che di pochi giorni sposata di non avere un bel vestito per indossarlo, di non avere nienti io non so con quale coraggio l’aveta sposato, Signora carissima. Quando Carmelina arrivo da me io sempre le diceva dove tieni i vestiti e biancheria e lei mi diceva che le tiene nel baullo, ora ricevendo questo benedetto baullo i vicini di casa per curiosità anno venuto per vedere la biancheria che si pensavano che porta grandi cosi, invece restanno tutti meravigliati vedendo quella bella biancheria specialmente illetto che per noi sembra un sacco, cossì avete rovinato un figlio, me lo avete messo nella miseria, avete sposato una figlia che non sa fare niente, nemmeno sa scopare la casa, abbasta dire questo, non sa lavorare in campagna, non sa fare servizi di casa, sa solo mangiare e ne altro. Ora vi prego di scrivermi subito per spiegarmi tutto di che cosa avete speso i soldi se no io e i vostri antichi lettere e sono per me i testimoni, qualche volta mi servono; ancora non vi scrivevo perché non avevo tempo ma ora ricevendo questa lettera che ci avete scritto a Carmelina, il cuore mi bolle pensando con quale coraggio le avete scritto a quel modo. Carmelina sta beni. Aspetto vostre notizie
Mi firmo
Caterina
Intanto Giovannino parte, Carmelina resta a Palmi e continua a scrivere a sua madre dicendo che sta bene, che tutti le vogliono bene che non faccio altro che spasseggiare. Però termina la lettera con un appello accorato
Cara madre vi prego di spedire subito la cassa pirche la robba mi fa bisogno.
E nella lettera successiva le cose sembrano essere radicalmente cambiate
Palmi 29 maggio 1927
Cara mamma io qui piancio sempre che non mi posso vedere con i miei compagne, tu dice che non ti oscritto lettere che qui senevanno al campagna ogni giorno e venino la sera notte e quando venino del campagna mangiano essicurcano e non possono pensare amme perche sono stanchi. Cara Mamma voi dite che venite a pigliare con il cognato Peppino più presto oggi che domani che amme voi lo sapete che amme mi dole sempre latesta forsi non mi agiovi laria e aposta io vidico che meglio oggi che domane.
Cara Mamma Giovannino miascritto che ci piglia sempre il dolore e dice che vade al spitale per fare una visita superiore
E infatti Carmelina se ne torna a Diamante. È la fine di giugno 1927. Giovannino è furibondo perché sua moglie si è allontanata da casa senza il suo permesso e se la prende con la suocera. Poi se la prende anche con sua moglie e le chiede spiegazioni
Corleone 4 agosto 1927
(…) ti ne andasti del mio paese senza farmi sapere nienti e le miei Genitori che mi anno scritto che ti ai voluta andare tu e percio io sentendo questo mi sono tanto riabiato. Dunque ora tu mi dici che ti anno fatto andare i miei genitore e tindivai ora io non posso sapere come fu questo fatto perche tu mi dici che furono i miei genitore che ti anno fatto andare, loro mi dinno che fusti stata tu che ti sei voluta andare. non posso sapere proprio come va questo fatto. Basta ormai e passato tutto voglio che quando riceve mi le rispondi subito. Ti faccio sapere che i miei genitore mi anno scritto che tu dopo che ti sei andata tu ne ai scritto piu io voglio che ni scrivi (…)
Ma ormai qualcosa si è rotto nel loro rapporto e il tarlo del dubbio si insinua nella mente di Giovannino: perché Carmelina è andata via? C’è qualcos’altro o, meglio, qualcun altro? Si, ci deve per forza essere qualcun altro. Pensa che ti ripensa, si convince che il ganzo di sua moglie è un certo Giuseppe Vaccari, suo unico amico a Diamante. Dopo un lungo scambio di lettere con sempre nuove richieste di chiarimenti, di moneta per alleviare la vita militare e l’annuncio che sta per arrivare un figlio, a Carmelina arriva una lettera di minaccia da Palmi. È di Giovannino che è arrivato al suo paese con una licenza di 10 giorni più 2 di viaggio
Palmi 17 Gennaio 1927
Cara signora ti prego che ti divertissi un poco con Vaccari Giuseppe come ti hai divertuto, ti prego che te lo metti in casa perché fa molto freddo, sai che ho tenuto 10 giorni di prolica e fra giorni ndi vediamo al tribunale insieme e discorriamo un poco; io di Palmi ti ho rinunciato perché non ti conoscio più e ti credevi forse che non lo saccio mi dicevi che sei da 8 mesi e invece sei di 3 nelle 4 ti ai divertuto un poco nel mese d’ottobre io mi trovava sotto le armi e tu facevi festa a me non mi ai fatto niente il scorno ce l’ai fatto a tuo cognato che si trova nel paese ma sai che fra giorni per l’amore mio fate un poco di carciere tu e il tuo innamorato perché io ti ho arrinunciato se ti mandano in galera io non lavro niente almeno ho piacere che soffri un poco. Coraggio, il più che potete fare 7 anni per uno donna vigliacca e traditora mi ai fatto questo tradimento deve baciare in terra che non seppe niente quando mi trovava a Diamante che ti facevo il più piccolo morso come 2 soldi, a me non mi ai fatto niente io mi ho addirizzato la casa a palmi io ho trovato una ragazza per bene e l’ammantegno, io ci ho fatto una carta quando non sisterai tu io mi la sposo perché sono sicuro che mi sposero presto perché tu mori in galera vatti a divertire questi poco di giorni che stai di fora col tuo innamorato Vaccari Giuseppe, ti piaceva troppo perché io ero da lontano.
Poi fa un disegno inquietante, una sorta di cimitero con una grande croce e un riquadro che sembra una tomba e una scritta all’interno: morerai presto che vengo a sotterrarti io, questa sarà la tua tomba.
Possibile? Intanto dovremmo dubitare dell’autenticità della lettera non tanto per l’indicazione dell’anno 1927 che è palesemente errata, quanto per il giorno, 17 gennaio, in quanto Giovannino la licenza l’avrà solo il 28 dello stesso mese. Un errore anche questo o qualcuno molto bene informato ha scritto al posto suo? E che dire dei conti della gravidanza? Giovannino è partito da Palmi verso Palermo non più tardi del 10 maggio 1927 e quindi, supponendo che Carmelina sia rimasta incinta al più tardi nei primi del mese, il parto dovrebbe avvenire nella prima metà di febbraio del 1928, più o meno come c’è scritto nella lettera. Ma se fosse vero che Carmelina si trova al massimo al quarto mese di gravidanza, sarebbe dovuta restare incinta nel mese di ottobre 1927, proprio come dice la lettera, e dovrebbe partorire entro il mese di maggio 1928.
Però ad ottobre Giovannino è a Palermo e quindi come la mettiamo? Le cose si ingarbugliano e grossi guai potrebbero arrivare da un momento all’altro.
Quando Giovannino arriva a Diamante la sua rabbia sbollisce perché Carmelina e sua madre lo convincono che mancano davvero pochi giorni al parto, nonostante la pancia non sia poi così grossa. Ma i giorni, i mesi passano e del bambino nemmeno l’ombra. Giovannino non sembra più furibondo, anzi al ritardo del parto e al probabile tradimento di sua moglie sembra non pensarci più. Sembra addirittura allegro quando scrive a sua cognata Ines, la sorella di Carmelina
Cara cognata sento quanto mi dice che ti diverti quando ti dico che ciò la fidanzata, non credo che ti sei presa di collera, tu lo sai che io io scherzo che voglio beni sempre a mia moglie e a voaltri, che vi penzo sempre, specie quando non ciò soldi che non so cosa fare. Dunque cara cognata il piacere che mi fa quando sento nelle vostre lettere che mi volete molto bene e che pensate sempre a me ma io il pensiero che o e il beni che vi voglio non ve lo so descrivere perche in carta non si puo conoscere il bene ma vorrei che ve lo spiegassi a voci ma non fa nienti che speriamo che finisce presto questo tempo e ci vedremo e così possiamo parlare col nostro comodo (…).
Poi il 25 aprile arriva a Giovannino una lettera di sua suocera che gli annuncia la nascita del bambino e lui ha la conferma che aspettava ma fa buon viso a cattivo gioco e continua a dimostrarsi affettuoso nelle lettere che ormai scambia solo con sua cognata Ines, senza mai un accenno al bambino.
Finalmente il 26 settembre 1928 Giovannino è congedato e torna dai suoi genitori a Palmi. Ci resta fino alla fine dell’anno e poi, apparentemente all’improvviso, parte per Diamante. A casa della suocera comincia a bussare insistentemente verso l’una di notte del 31 dicembre e succede il finimondo. La suocera e la moglie non vogliono aprire e i colpi, come la rabbia, diventano sempre più violenti finché le donne non si decidono a urlare per chiedere aiuto. Accorre una vicina, della provincia di Reggio come lui, che riesce a calmarlo e addirittura a mettergli le mani in tasca per controllare che non abbia armi e ben fa perché il coltello che gli trova è un lungo coltello da macellaio.
La porta si apre e Giovannino entra. C’è commozione e gli occhi si inumidiscono. Ci sono parole di perdono e di riconciliazione e nel letto matrimoniale c’è anche il bambino che Giovannino non accetta: non gli ho mai fatto una carezza né gli ho dato un bacio, dirà.
Ma bambino o non bambino Giovannino e Carmelina tornano insieme e quella stessa notte fanno l’amore due volte di seguito. Le cose però non vanno lisce come si sperava: Giovannino comincia a passare tutti i giorni a gozzovigliare con gli amici, gente pregiudicata, e a niente servono le esortazioni della moglie e della suocera perché si trovi un lavoro per campare la famiglia. Non serve nemmeno la diffida che gli fanno i Carabinieri
- Ho soldi da buttar via – risponde al Maresciallo Nicola Minora – li ho messi da parte a Palmi dove ho lavorato in terreni tenuti da mio padre in fitto
Ma al di là di questa risposta arrogante, Giovannino decide di andare a cercare lavoro di nuovo presso la Ditta Coscarelli.
È il 4 febbraio 1929. È mattina presto quando Giovannino si veste per uscire e andare a chiedere il lavoro
- È tutta impolverata, aiutami a spazzolarla – dice a Carmelina riferendosi alla giacchetta e la moglie, ubbidiente, si mette a pulirgliela con una spazzola, davanti agli occhi divertiti del suo fratellino più piccolo che sta uscendo per andare a scuola. Il bambino nota un particolare strano nel comportamento del cognato: tiene ostinatamente la mano destra nella tasca dei pantaloni, ma si è fatto tardi ed esce di corsa.
Anche Giovannino esce, ma è roso dalla gelosia, è ossessionato dall’idea che quando lui non è in casa sua moglie riceve chissà quanti amanti che se la godono e se la ridono alle sue spalle. Si, è vero, durante tutto il mese non ha mai fatto scenate e ha tenuto i nervi a posto, eccetto quella volta che ha mostrato a una vicina di casa che sa leggere una dichiarazione resa da Carmelina davanti a due testimoni quando era a Palmi, dove c’era scritto che si era congiunta carnalmente con Giuseppe Vaccari al tempo della raccolta degli aranci. Ma la vicina nota un particolare che la fa dubitare fortemente dell’autenticità del documento: le firme dei testimoni apparivano dello stesso carattere. Carmelina nega tutto energicamente davanti alla vicina e giura che durante il tempo in cui dimorò a Palmi, il suocero di lei un giorno voleva farle apporre il crocefisso su di una dichiarazione di cui non le si lesse il contenuto e che, messa sull’avviso da una di lei cognata, ella si era rifiutata di fare quanto il suocero pretendeva.
Con la mano in tasca che accarezza il coltello a serramanico, Giovannino cammina a passo svelto. Poi si ferma e rimugina qualcosa: “stamattina li voglio beccare e li ammazzo tutti e due come cani”. Torna indietro e si nasconde nei pressi della casa nella speranza che presto o tardi avesse potuto cogliere la coppia infedele sul fatto, ma il suo proposito fallisce perché nessun uomo si avvicina alla porta di casa. Spazientito, frustrato dall’insuccesso, furioso per essere stato fatto fesso un’altra volta, decide senza pensarci su un attimo.
Apre piano la porta per non farsi sentire, vede Carmelina all’impiede con le spalle rivolte allo specchio che è sopra un tavolino. Fulmineamente estrae il coltello, lo apre e senza che Carmelina se ne accorga le vibra una micidiale coltellata alla faccia anteriore del collo che le apre in due la carotide e la laringe. Mentre il sangue comincia a zampillare a fiotti imbrattando tutta la stanza, lei istintivamente cerca di ripararsi e si copre il collo con una mano mentre il coltello le si sta abbattendo di nuovo addosso. Il secondo colpo le attraversa la mano e si pianta sotto la nuca. Carmelina annaspa e cerca di scappare ma cade prima di arrivare alla porta. Giovannino esce tranquillamente e comincia a camminare in direzione di Belvedere Marittimo. Lungo la strada si lava le mani imbrattate di sangue a una fontana e poi va a costituirsi in quella caserma.
- Mi decisi ad uccidere mia moglie perché non volevo più sentire che si parlasse da tutti sul mio onore… Io non sono affatto pentito di quello che ho fatto perché ciò rappresenta la giusta punizione che mia moglie meritava. Il coltello l’ho comprato qualche tempo fa da un venditore ambulante… l’ho buttato per strada non so dove…
Qualche vicino ha sentito il trambusto e va a vedere cosa è successo: Carmelina boccheggia in un lago di sangue. Braccia pietose la sollevano e la adagiano sul letto ma non c’è niente da fare, l’emorragia è troppo copiosa e la ragazza muore nel giro di pochi minuti.
- Per mia coscienza debbo dire che la Bruno Carmelina era una ragazza onesta, sul cui conto nulla poteva dirsi di male. Ritengo perciò che quanto eventualmente è stato riferito al marito è semplicemente calunnioso – i testimoni che vengono chiamati dal Pretore sono assolutamente concordi su questo.
Ma ci sono sempre le incongruenze sui tempi della gravidanza, hai voglia a dire che Carmelina era una ragazza onesta! Anzi, lei e sua madre hanno anche mentito a Giovannino sulla data di nascita del bambino che non nacque il 25 aprile 1928 ma l’11 maggio successivo, come attesta il Comune. E allora?
Allora i Carabinieri accertano che Carmelina è andata a Palmi due volte: la prima appena sposata, quando Giovannino stava per partire soldato, e la seconda tre mesi dopo circa. I Carabinieri scrivono anche che Giovannino, durante il servizio militare, secondo alcuni testimoni si sarebbe recato una volta in licenza per pochi giorni e più volte in permesso a Palmi e propriamente nel tempo che la sua consorte trovavasi presso i genitori di lui perché gli rendeva facile ottenere tali concessioni per il fatto che era stato destinato al 6° fanteria con sede a Palermo.
Ci siamo, basta solo chiedere conferma al 6° Fanteria e l’ergastolo è assicurato. Macché. La conferma viene richiesta invece ai Carabinieri di Palmi, dai quali Giovannino si sarebbe dovuto recare per timbrare il foglio o i fogli di licenza, ma questi rispondono che dagli atti di quest’ufficio non risulta che l’individuo in oggetto si sia recato in licenza in Palmi negli anni 1927 e 1928, per quanto i di lui genitori domiciliassero in questa città. Il che è, quantomeno, inesatto perché almeno una volta in licenza di 10 giorni più 2 di viaggio a Palmi c’è stato, con decorrenza 28 gennaio 1928, ma a nessuno viene in mente di chiedere conto dell’inesattezza al Maresciallo Domenico Pagano, comandante la stazione di Palmi, o almeno di approfondire la questione direttamente al 6° Fanteria.
Per la Sezione d’Accusa questo è un particolare quasi irrilevante perché ritiene che ci siano tutti i presupposti per rinviare Antonio Del Genio detto Giovannino al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza con la pesantissima accusa di omicidio premeditato. È il 16 ottobre 1929.
Il dibattimento inizia un anno dopo e non accade nulla di significativo. Nelle prime fasi alcuni testimoni giurano che  a Giovannino, già prima di sposarsi, crebbe sulla testa una sorta di vescica che produceva una specie di neve. Questo dà lo spunto all’avvocato difensore Pietro Mancini per chiedere di inserire nel questionario da sottoporre alla Giuria il vizio di mente nelle due forme, totale e parziale, ma il Pubblico Ministero si oppone e il Presidente decide di non accogliere la richiesta perché non c’è nessun atto nel processo che induca a dubitare delle facoltà mentali dell’imputato.
Pietro Mancini fa i salti mortali per trovare una strada che eviti una condanna molto dura per il suo assistito ma è tempo sprecato perché il Pubblico Ministero, l’8 novembre 1929 stupisce tutti, difensore e imputato compresi, chiedendo che Antonio Del Genio sia assolto. La Giuria si adegua e pur riconoscendo che l’imputato ha commesso il fatto, ritiene  che non sia colpevole di avere ucciso volontariamente Carmelina Bruno e lo assolve.[1]
Ciò significa che a Diamante tutti si sono sbagliati sul conto di Carmelina che, quindi, era solo una vigliacca traditora, una puttana insomma.





[1] ASCS, Processi Penali.