domenica 22 aprile 2018

LA MAGARIA


Dai primi di aprile del 1924 la famiglia di Giuseppe Roppo Valente è costretta a letto nella propria casa in contrada Carpinetta di Aiello Calabro perché colpita da broncopolmonite influenzale. A prendersi cura di Giuseppe, di sua moglie Angela e dei due figli con loro conviventi Carmine e Salvatore sono essenzialmente due vicini di casa, Rosario Caputo e sua moglie Giuseppina, i quali portano loro verdura fresca e latte appena munto e questo nonostante in passato ci fossero stati dei forti contrasti tra le due famiglie a causa di una controversia per qualche centimetro di terra rubato ora dall’uno, ora dall’altro lungo il confine tra le due proprietà. Qualche volta ci scapparono anche dei cazzotti e delle bastonate, ma poi la controversia fu risolta pacificamente e tra le due famiglie tornò l’amicizia.
Il 12 aprile 1924, purtroppo, le condizioni del diciassettenne Salvatore si aggravano e nel giro di qualche ora il ragazzo muore. Anche il capofamiglia sta malissimo, tanto da non poter vegliare il figlio e, addirittura, lo cambiano di camera per lasciare più spazio alle visite di lutto, facendolo salire in una camera del primo piano. Arriva anche Fortunata, sorella di Angela, per dare una mano a Rosario e Giuseppina che si prodigano nell’aiutare la sventurata famiglia. Giuseppina, addirittura, rischiando il contagio cambia anche le lenzuola dei letti, mentre Rosario somministra, come al solito, un bicchiere di latte fresco al resto della famiglia. Poi cala la sera e la famiglia Roppo Valente resta da sola a vegliare il figlio morto
- Secondo me c’è qualcosa di strano… – dice Giuseppe con un filo di voce
- Cosa? – fanno gli altri tre all’unisono
- Secondo me compà Rosario ha messo qualcosa nel latte e adesso moriremo tutti… da quando stiamo bevendo quel latte stiamo peggiorando…
- Una magarìa? Uhm… forse hai ragione, deve essere per forza il latte a farci stare male…
- Lui fa l’amico ma ha aspettato tutto questo tempo per vendicarsi delle palate…
Così, più Giuseppe, Angela, Carmine e Fortunata fanno riaffiorare i vecchi rancori sopiti, più si convincono che Rosario e Giuseppina hanno fatto qualche magarìa che, inevitabilmente, li porterà tutti nella tomba. Bisognerebbe fare qualcosa e farla in fretta prima che sia troppo tardi.
È l’alba del 14 aprile, le condizioni di Giuseppe si sono aggravate e durante la notte, a stento, è ritornato nel letto del piano terra. È qui che Gennaro Bennardo Ciddio lo trova insieme alla moglie, al figlio Carmine e alla cognata Fortunata quando, prima di andare a zappare, va a fargli visita. Giuseppe, con un filo di voce gli chiede un favore
- Gennarì… sto male… mi sento morire…
- Vado subito a chiamare il medico – si offre
- No… vammi a chiamare compà Rosario ché gli devo parlare… fammi questo piacere…
Vedendolo in quelle misere condizioni, Gennaro esegue la volontà, forse l’ultima, di Giuseppe e dopo poco torna con l’amico. Giuseppe adesso è da solo nella stanza
- Compà… sto per morire… per favore vieni qui vicino che ti devo parlare all’orecchio…
Rosario gli si accosta e Giuseppe gli passa un braccio intorno al collo, lo tira verso di sé e gli sussurra all’orecchio
- Adesso che muoio prenditi cura della mia famiglia, se sei capace…
La detonazione scuote i muri della stanza. Gennaro, terrorizzato, fa un balzo e poi scappa da quella casa,  mentre compà Rosario si accascia a terra senza un lamento.
Gennaro non fa che pochi metri di corsa, poi sente altre tre detonazioni provenire dall’interno della casa. Corre più veloce che può verso Aiello per andare ad avvisare i Carabinieri, Impiegherà più di un’ora e nel frattempo Giuseppina, richiamata dagli spari e dalle urla degli altri vicini, corre a casa Roppo per vedere cosa è successo, ma viene fermata e le viene vivamente consigliato di tornarsene a casa se non vuole che Giuseppe ammazzi anche lei.
Il Vice Brigadiere Francesco Grano e un Carabiniere si precipitano sul posto più in fretta che possono e, appena entrati, trovano Rosario steso bocconi ai piedi del letto, morto, e Giuseppe coricato con una rivoltella in mano. Non fa resistenza quando gliela tolgono. Grano estrae il tamburo e conta cinque cartucce cariche, poi dà un’occhiata al cadavere e conta tre ferite da arma da fuoco alle spalle
- Che storia è mai questa? Perché avete ricaricato la rivoltella?
- Ho ucciso stamani il Caputo Rosario perché sono pienamente convinto che la morte di mio figlio Salvatore e l’infezione grave generatasi nella mia famiglia è stata determinata da magarìe fatte da costui e dalla di lui moglie. Ritengo che le magarìe furono fatte nel latte che costoro mi portarono parecchie volte e siccome anche ieri sera il Caputo mi portò del latte, stamane, sentendomi più male, ritengo che costui abbia fatto pure qualche cosa
- Chi vi ha portato la rivoltella? – gli chiede il Vice Brigadiere, sospettando subito la complicità di qualche familiare o, forse, dello stesso Gennaro Bennardo Ciddio
- La rivoltella non mi fu data da alcuno, la tenevo sotto le coperte e quando entrò Caputo, che avevo pregato Gennaro di chiamarmelo, lo feci avvicinare per parlargli nell’orecchio esplosi un colpo di rivoltella… egli barcollò e cadde ai piedi del letto ed io, credendo che non fosse ancora morto, mi alzai dal letto, mi avvicinai al Caputo e gli esplosi contro altri tre colpi, indi mi rimisi a letto
- Ne sa qualcosa il qui presente Bennardo?
- Gennaro, appena io esplosi il primo colpo, è scappato ed io dopo ricaricai la rivoltella perché avevo intenzione di uccidere la moglie del Caputo qualora fosse venuta
- Oltre a Bennardo c’erano altre persone presenti? I vostri familiari dove erano?
- Quando commisi il fatto non vi era nessuno della mia famiglia, tutti erano sopra a letto… – poi aggiunge qualcosa che fa rabbrividire i presenti – io sto per morire e sono contento di avere ucciso Rosario, il quale è stata la causa della rovina della mia famiglia che si sta distruggendo per le magarìe fatte da lui. Mi addolora solo di non aver potuto uccidere la moglie perché anche costei ha dovuto farmi delle magarìe
- Bennardo vi ha aiutato? – insiste
- Per coscienza devo dire che Gennaro non aveva alcun sospetto su ciò che io avevo meditato di fare e si recò a chiamare Rosario, il quale era pure suo compare e si stimavano, credendo che io lo volessi realmente per raccomandargli la mia famiglia nel caso che fossi morto
La cosa che ora fa sospettare il Vice Brigadiere su un probabile coinvolgimento dei familiari di Giuseppe è la loro assenza dalla stanza dove Giuseppe è ormai in fin di vita: Angela e sua sorella Fortunata restano tutto il tempo in cucina e Carmine se ne sta tranquillamente coricato in un letto al piano superiore, così decide di lasciarli con il Carabiniere, mentre lui va a sentire cosa ha da dirgli la fresca vedova
- Eravamo in buoni rapporti ed avevamo prestato assistenza ed aiuto non sono a Giuseppe, ma a tutta la famiglia affetta da epidemia influenzale. Circa tre anni or sono mio marito ebbe una lite col Roppo per regolamento di confine ma poi tutto finì pacificamente e i due rimasero amicissimi. La sera del 12 scorso morì per polmonite Salvatore, figlio del Roppo, ed io che andai più volte in occasione del lutto sentii la di lui madre che piangendo diceva: “Figlio, io so chi ti ha ammazzato”. Non vi feci caso ma dopo che Giuseppe uccise mio marito pensai che in quella famiglia vi era la fissazione che causa della grave infezione era stato mio marito che aveva fatto delle magarìe, cosa assolutamente insussistente.
- Avete per caso notato se nei giorni precedenti l’omicidio Giuseppe Roppo aveva una rivoltella sotto il cuscino?
- Quando morì il figlio di Roppo che stava nel vano soprastante alla stanza ove fu commesso il delitto, l’omicida si trovava nel letto a due piazze esistente in quest’ultima stanza ed io provvedetti ad aggiustare sia il letto esistente al piano superiore e sia quello del pianterreno ed in entrambi non vi erano armi sotto i guanciali – la donna si ferma, riflette qualche istante e poi aggiunge –. Il giorno 13 sera io fui nuovamente in casa del Roppo e notai che costui era passato nel letto del piano superiore e non so spiegarmi quindi la ragione per la quale l’omicida la notte dal 13 al 14 si sia deciso a ritornare nel letto esistente al pianterreno, pur essendo ammalato ed in pericolo di vita. Tale circostanza mi fa pensare che egli meditava il delitto e si decise a cambiare il locale per avere maggiore facilità
- E quindi, secondo voi, come ha fatto Roppo ad armarsi?
- La rivoltella certamente gli fu data dai suoi famigliari, ritengo dalla moglie, dal figlio Carmine e dalla cognata Fortunata perche egli, che era in quelle condizioni di salute non poteva certamente alzarsi per armarsi, né l’arma poteva trovarsi sotto i guanciali. La moglie e la cognata se fossero state in buona fede, dopo che Giuseppe esplose il primo colpo, potevano entrare nella stanza, visto che erano nella cucina attigua, ed impedire che esplodesse gli altri tre colpi e invece rimasero passive, non chiamarono nemmeno gente e permisero che costui tenesse ancora impugnata la rivoltella che fu ricaricata, non so da chi di loro. Il delitto è stato concertato in famiglia e specialmente dalla moglie, dalla cognata e dal figlio Carmine
Interrogati, la moglie, il figlio e la cognata di Giuseppe, negano di saperne qualcosa e negano anche di essersi trovati nella stanza a pianterreno quando, all’alba, entrò Bennardo. Negano anche quando vengono messi a confronto col testimone. Gli stessi asseriscono inoltre che l’omicida era sceso nel piano sottostante verso la mezzanotte del 13 da solo, cosa questa inverosimile perché, date le sue condizioni di salute, non poteva scendere le scale da solo, né i parenti avrebbero potuto permettere simile cosa. Su ciò non è stato possibile interrogare il Roppo siccome aveva perduto la coscienza, tanto che alle ore 5 ½  di stamane (15 aprile, nda) cessava di vivere.
L’omicida è morto e molte altre cose non potranno essere chiarite. Per esempio, siccome non è possibile che Roppo si sia provveduto da solo della rivoltella e delle dieci cartucce e ciò pel fatto che, se pure avesse avuto la forza di alzarsi, il suo atto non poteva passare inosservato alle tante persone che continuamente lo assistevano e quindi costoro gli avrebbero impedito di fornirsi di un’arma con la quale, dato lo stato in cui si trovava, poteva anche suicidarsi, è da ritenersi che davvero il delitto fu concertato durante la notte dal 13 al 14 dall’ammalato e dai tre congiunti, tutti fissati che il povero Caputo faceva loro delle magarìe e che questi ultimi abbiano fornito all’ammalato l’arma omicida e quindi furono tutti e tre dichiarati in arresto quali complici. In realtà a finire dietro le sbarre per il momento è solo la cognata Fortunata, mentre la moglie e il figlio restano a casa piantonati per le loro gravi condizioni di salute.
A questo punto i tre cominciano a fare qualche timida ammissione e adesso dicono che è vero quello che Bennardo ha affermato e ammettono anche che Giuseppe era stato accompagnato nel piano sottostante da parenti che non ricordano ed aggiungono che quando il Bennardo si recò a chiamare il Caputo, l’ammalato li invitò di uscir fuori.
Dopo molti giorni dal fatto, quando ormai i due Roppo sono guariti e sono stati rinchiusi nel carcere di Cosenza dove già si trovava Fortunata, tali Carmine Lepore e Geniale Vocaturo si presentano dai Carabinieri per raccontare dei particolari che aggravano notevolmente la posizione della fresca vedova di Giuseppe Roppo. Racconta Lepore
- La mattina del 14 aprile andai a far visita in casa di Giuseppe Roppo Valente e trovai Rosario Caputo a terra bocconi. Domandai a Giuseppe se il Caputo si sentisse male ed egli mi rispose che invece era morto essendo stato da lui ucciso perché serpente velenoso. Avvicinatomi, a suo invito, al letto, mi mostrò la rivoltella che prese sotto il guanciale. Io volevo ritirargliela per consegnarla alla Legge che ancora non era venuta sul posto. Egli quasi quasi me l’aveva data ma la moglie, che era presente, si oppose dicendo che le occorreva ancora perché aspettava la moglie del Caputo che doveva pure uccidere
- C’era solo la moglie di Roppo nella stanza?
- Era presente anche la figlia Carmela la quale nemmeno fiatò
Poi Vocaturo
- Giuseppe, con la rivoltella alle mani, mi disse di aver ucciso Caputo, suo nemico, senza spiegarmi altro. Il Roppo mi aggiunse di non far entrare nessuno della parte del Caputo, ma non posso spiegare se egli ciò disse per paura o perché voleva evitare di uccidere parenti del Caputo. Al discorso era presente la moglie Angela, la figlia Carmela e un’altra figlia di cui non so il nome, le quali nulla dissero. Io, stando avanti la porta, mi accorsi che si avvicinava la moglie di Caputo e  impedii che entrasse in casa del Roppo
Ma Carmine Lepore dopo qualche giorno ritratta tutto e dice di avere fatto la precedente dichiarazione dietro incitamento della moglie dell’ucciso la quale, dopo avergli fatto bere del vino in una cantina di Amantea, lo indusse a tradire la sua coscienza. A questo punto è necessario mettere a confronto la vedova Caputo con Lepore davanti al Giudice Istruttore e le sorprese non mancano perché il testimone ritratta ancora spiegando
- Venni accompagnato da Eugenio Roppo Valente con il pretesto che dovevamo visitare i tre detenuti, se non che, giunti in Cosenza, mi pregò di aiutare i medesimi detenuti rendendo deposizione ben diversa da quella che avevo reso in precedenza. Io, francamente, annuii considerando che con gli arrestati mi legano rapporti di parentela, onde avete ben ragione voi, Giuseppina, nell’affermare che io ho mentito. In altri termini non debbo fare altro, in coscienza, che ratificare la mia prima dichiarazione
Le cose per Angela Roppo si fanno serie e si fanno serie anche per sua sorella Fortunata la quale non regge più il peso della detenzione preventiva e tenta di suicidarsi e il suo avvocato, Luigi Vercillo, ne chiede la scarcerazione spiegando come la sua assistita si è trovata invischiata in qualcosa più grande di lei: Il cieco fato, materiato di pregiudizi, istinti, tradizioni, sentimenti affioranti dal fondo cupo di un’epoca oscura e lontana che domina la mente delirante e dolorante e provoca la selvaggia catastrofe che desta insieme terrore e pietà, si traducono nel processo in un miserevole e volgare complotto. Le condizioni disastrose del cognato, il bisogno e le insistenze le impongono di prestarsi all’assistenza e di vegliare la notte. E per questo la si arresta, si trascina per le carceri. Sorda, malandata, timida, rischia di complicare ancora maggiormente la tragedia.
Poi, da una serie di testimonianze, si comincia a capire che Carmine e Fortunata potrebbero davvero essere estranei ai fatti: Carmine, giurano in tanti, non si è mai mosso dal suo letto al primo piano, nemmeno la notte tra il 13 e il 14 aprile e Fortunata era arrivata in casa della sorella proprio il pomeriggio del 13 e aveva vegliato tutta la notte in compagnia di altre due persone; inoltre si accerta che la donna, nel momento in cui Giuseppe Roppo commise l’omicidio, non era in cucina con sua sorella Angela ma fuori di casa dove molti testimoni la videro. Adesso anche i Carabinieri, nei nuovi verbali di indagine, non nominano più i due, concentrandosi solo su Angela.
Dopo due mesi dall’omicidio accade un fatto increscioso: qualcuno spara dei colpi di fucile contro Giuseppina Vercillo, vedova di Rosario Caputo. I Carabinieri sospettano di Eugenio Roppo Valente, uno dei figli dell’assassino, e di suo zio Nicola Roppo Valente, li arrestano con l’accusa di tentato omicidio ma si procederà solo contro Nicola perché contro Eugenio non ci sono prove.
Si arriva così al 24 settembre 1924 quando il Procuratore Generale formula le richieste alla Sezione d’Accusa: rinvio a giudizio per tutti e tre gli imputati con l’accusa di concorso in omicidio aggravato dalla premeditazione.
Il 30 novembre successivo la Sezione d’Accusa accoglie parzialmente le richieste della Procura e dichiara non doversi procedere nei confronti di Carmine Roppo Valente e di sua zia Fortunata per insufficienza di prove. Ad affrontare il dibattimento davanti alla Corte di Assise di Cosenza sarà la sola Angela con l’accusa di correità in omicidio con premeditazione.
Il 9 dicembre 1925 inizia il dibattimento e c’è subito un colpo di scena: il testimone principale dell’accusa, Carmine Lepore, non è comparso perché risulta trasferitosi in Sicilia, nessuno sa precisamente dove. Nuovi testimoni giurano che Giuseppe, che stava disturbato e dava in smania e pazzia, la notte (tra il 13 e il 14 aprile 1924, nda) scese giù con la mantellina mentre la moglie lo dissuadeva di scendere perché gli faceva male.
Il giorno dopo, 10 dicembre, la Corte assolve Angela Roppo Valente per non aver commesso il fatto.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 20 aprile 2018

L'ABATE DI SAN GIORGIO


È il 1686, il tempo della semina del grano. Muzio Cerrigone e Giuseppe Preite, in quell’anno mastrogiurato di San Giorgio Albanese, sono convocati nel Palazzo Abbaziale dove risiede il Padre Primierano Agente Generale del Casale di S. Georgio Albanese.
- Dovete fare una cosa per me – dice loro, mentre i due si guardano negli occhi sgranati
- Co… comandate…
- Dovete andare a carcerare li bovi di Giovanni e Costantino Chinigò e li dovete portare a Corigliano – il tono è perentorio
  Padre… non è che non vogliamo andarci… ma abbiamo paura delle scopettate che ci tireranno… magari ci andiamo di notte…
 E voi forse non le sapete tirare le scopettate? Forse voi alle scopette ci mettete palle di cera? – e mille altre parole
Alla fine Cerrigone e Preite sottostanno al volere dell’abate e, insieme ad altri cinque Giurati di detto Casale, vanno dove i Chinigò stanno facendo lavorare gli animali, li sequestrano e si dirigono alla volta di Corigliano ma, quando fussero gionti nel Cozzo della guardia uscirono avanti Giovanni, Costantino Chinigo e Marzio Chinigò e volevano pigliarsi li bovi che havevano Carcerati. Subito l’una e l’altra parte si posero le scopette in mani et in quella Zuffa vi rimasero uccisi detti Costantino e Martio Chinigò.
Mentre gli uomini mandati dall’abate sono ancora impegnati con gli animali, Giovanni, l’unico Chinigò superstite, non perde tempo e se ne andò assieme con altri compagni in detto Casale e per dirittura si portarno alla Casa di detto Giuseppe testificante et l’uccisero quattro figli al medesimo testificante.
Giuseppe Preite non vuole continuare la scia di sangue e non si vendica, ma non passa tempo che l’abate manda di nuovo a chiamare lui e Cerrigone
- Dovete uccidere Pietro Antonio Varibobba
- Ma… perché?
- Sono fatti miei, dovete ucciderlo, questo è il mio ordine
Questa volta tutto fila liscio e il poveretto ci lascia le penne senza altre conseguenze.
Passano un paio di anni e per Giuseppe Preite e Muzio Cerrigone i guai non sono ancora finiti: il duca di Corigliano fa sequestrare loro tutto ciò che possiedono come indennizzo per gli omicidi dei Chinigò e questa volta sono loro ad andare dall’abate per chiedere aiuto
- Padre… il Signor Duca di Corigliano ci ha fatto sequestrare le robbe per causa delle scupettate, et homicidij commessi in persona di Costantino e Mutio Chinigò seguita de ordine vostro… vi prego, aiutateci a liberarci da detta persequtione
- Voi mai starete quieti in questo Casale, se non levarete la vita al Clerico Jacovo Minisci, e se l’ammazzate sono per voi dui cento scudi!
Ancora sangue? I due si guardano esterrefatti e alli quali promesse e parole dettili da detto Padre Abbate li risposero volerlo fare per tenerlo benevole, ma perché si temevano la Conscienza di non voler permettere simil homicidio hanno dato tempo al tempo conoscendo che detto Padre Abbate lo faceva per capriccio di voler far uccidere detto Clerico Jacovo.
Questa volta scelgono di non uccidere. Questa volta, è il 31 maggio 1690, vanno dal notaio Marco Antonio Leto di Rossano insieme a Tommaso Curto, a Emanuele Ferraro, al reverendo Giuseppe Nigro, a Fabio Romano e al clerico Onofrio Rogani e denunciano tutte le malefatte dell’abate.
Saprà la giustizia feudale del duca di Corigliano punire il mandante di questi omicidi?[1]


[1] ASCS, Atti notarili. Grazie alla dottoressa Maria Paola Borsetta che mi ha segnalato e trascritto l’atto originale.

mercoledì 18 aprile 2018

L'ORGANETTO


È la sera del 7 novembre 1925. Tre giovanotti, Agostino Guagliano e Felice Benvenuto, entrambi di Maierà, ed Eugenio Benvenuto di Diamante, suonando un organetto stanno andando a casa di Salvatore Ritondale in contrada Monte Salerno di Diamante per fare un po’ di baldoria. La casa è già piena di gente che chiacchiera e scherza e con l’arrivo dell’organetto comincia a ballare. È davvero una bella serata allegra tra amici e per fortuna circola poco vino che, si sa, a volte può causare brutti scherzi.
Mentre il divertimento continuava, il Guagliano, padrone dell’organetto, forse seccato dalle continue richieste da parte degli invitati o forse solo per scherzo, esclama
- Beh! Mi vendo l’organetto! Chi lo vuole?
- Io no! – risponde Francesco Benvenuto
- Me lo compro io! – urla Felice Antonio Benvenuto mentre tira fuori 45 lire in banconote e le sventola sotto il naso di molti invitati. Quando fa lo stesso gesto davanti al viso di Antonio Ritondale, il figlio del padrone di casa, questi gli strappa le banconote di mano e se le mette sotto una coscia sulla sedia ove sedeva. Ne nasce una specie di scherzoso battibecco tra i due e, alla fine, Ritondale restituisce il denaro al legittimo proprietario, senonchè un biglietto da cinque rimase sulla sedia per pura combinazione e quando, alle richieste dello stesso Benvenuto, il Ritondale Antonio andò per prendere il detto biglietto, accadde che, senza volerlo, si sia rotto
- Se vuoi, te la cambio – dice Antonio Ritondale porgendo all’altro i due pezzi della banconota
- Si, si… intanto dammi le altre 10 lire che mancano – gli risponde, stizzito
- Così è la cosa? Mi stai accusando di averti rubato dei soldi? Allora vattene da casa mia, scostumato!
Felice Antonio esce di casa e si ferma nelle vicinanze. Intanto l’armonia della festa si è rotta e gli invitati salutano e se ne vanno, mentre Eugenio Benvenuto, prendendo le parti di suo cugino Felice Antonio, comincia un’accesa discussione con il padrone di casa incamminandosi lungo la strada del ritorno
- La finisci di offendere mio padre? – interviene Antonio Ritondale che lo afferra per il collo
Il lampo che per una frazione di secondo illumina la strada e la contemporanea detonazione di un colpo di pistola lasciano tutti di sasso. Non si capisce chi abbia sparato e se qualcuno sia rimasto colpito. Poi, tornati il silenzio e il buio, dei passi affrettati che si allontanano e altri due lampi e due detonazioni. Adesso la confusione è generale e tutti cercano riparo. Non Antonio Ritondale che è rimasto a terra, colpito alle spalle dalla prima pallottola sparata
- Ah! Mi hanno ferito! – urla e subito sviene
Grida, disperazione, bestemmie. Antonio respira ancora e in fretta viene portato a casa. Morirà un’ora più tardi.
- Chi ha sparato? – Si chiedono l’un l’altro i presenti
- Agostino Guagliano. È scappato con Eugenio e Felice Antonio Benvenuto – assicura Giovanni Benvenuto
- Se lo hai visto perché non hai dato alcun avviso? – gli urla in faccia Salvatore Ritondale, il padre della vittima
- Fu quistione di un attimo e non feci a tempo ad avvertire alcuno… – si difende Giovanni Benvenuto
Quando Francesco Benvenuto, cognato del povero Antonio, bussa alla porta della caserma dei Carabinieri di Diamante il sole è sorto da poco. Il Brigadiere Bruno Dattilo ordina ai suoi uomini di prepararsi e partono a piedi alla volta di contrada Monte Salerno. Arrivato sul posto, Dattilo fa i primi accertamenti, interroga alcuni dei presenti al fatto e conclude
- Stante così le cose, è evidente che il delitto fu premeditato, forse per vecchi rancori, che accerteremo, perché contrariamente non è possibile che si commette per un nonnulla un omicidio e specie dal Guagliano che non aveva avuto parte nel diverbio; il suono è stato l’incentivo della quistione e non si può fare a meno di ritenere che fra il Guagliano, Benvenuto Felice Antonio e Benvenuto Eugenio non vi fosse dell’accordo, ciò lo dimostra lo svolgimento dell’accaduto
È da questi presupposti che si parte per approfondire le indagini e l’ipotesi investigativa di Dattilo trova conforto nel fatto che i tre amici si sono dati alla latitanza.
La volontà omicida di chi ha sparato emerge chiara dalla posizione della ferita, nel punto medio dell’emitorace destro, a 4 centimetri circa dalla colonna vertebrale. Penetrando dal di dietro in avanti, dal basso in alto e dall’esterno all’interno, la pallottola, esplosa dai 4 ai 5 metri di distanza, ha perforato da parte a parte il polmone destro, l’orecchietta destra del cuore, la radice dell’aorta e lo sterno, terminando la sua corsa sotto la pelle del torace.
Poi, nel primo pomeriggio dell’8 novembre, mediante promesse, nonché l’intervento di persone incaricate dal Brigadiere Dattilo, si riesce a indurre i due complici a presentarsi.
- Si fece uno scherzo e cioè si fecero delle offerte per la compera dell’organetto del Guagliano e a un certo punto Felice Antonio Benvenuto mise fuori 45 lire, delle quali ho visto che Antonio Ritondale ne strappò un biglietto da cinque – Eugenio Benvenuto racconta la sua versione dei fatti –. A un certo punto Antonio si lanciò contro Felice Antonio Benvenuto; io mi alzai e uscii assieme con gli altri tra i quali i Ritondale padre e figlio. Quest’ultimo diceva che voleva accompagnare a schiaffi Felice Antonio e intanto il padre andò a casa e ritornò armato d’un fucile. Mentre si cercava di calmare tanto il padre che il figlio, anche da parte di Francesco Benvenuto, loro rispettivo genero e cognato e mentre Antonio Ritondale era in mezzo a due o tre persone, risentii un colpo e Antonio, cadendo per terra, gridò di essere stato ferito. Susseguirono altri due colpi e mi detti alla fuga con Giovanni Benvenuto per paura che mi incogliesse un male
- Chi ha sparato?
- Faceva buio e non ho visto chi abbia esploso i colpi, né come siano andate le cose. La mia partecipazione al fatto si limita a questo che cercai di persuadere Salvatore Ritondale a non far quistioni quando ritornò armato di fucile, prendendolo per un braccio, mentre dall’altro lato gl’impedivo di commettere eccessi Guagliano Agostino
- Ma pare proprio che a sparare sia stato Guagliano e non risulta che Salvatore Ritondale fosse armato…
- Io non l’ho visto sparare, era a fianco di Salvatore Ritondale che aveva un fucile…
- Se non sei implicato nel delitto, perché ti sei reso latitante?
- Non è vero che mi sia dato alla latitanza, tanto è vero che sono stato arrestato per esser comparso dinanzi ai Carabinieri di Diamante in seguito a chiamata del Brigadiere
Poi è la volta di Felice Antonio Benvenuto che conferma alcune delle circostanze raccontate da suo cugino, ma ne smentisce altre
- Si fece lo scherzo di incantare l’organetto di Agostino Guagliano. Io misi fuori 45 lire che mi furono strappate da Antonio Ritondale…
- Strappate nel senso che te le ha tolte di mano? – lo interrompe il Pretore
- No, strappate strappate! E per giunta mi voleva menare, ma non ci riuscì e me ne andai – continua –, senonché ad un tratto sentii un vociare a una distanza di dieci metri e sia per l’oscurità, sia per la confusione non capii nulla. Poi sentii un primo colpo e subito Antonio Ritondale dire che era stato ferito dal cugino Agostino; di seguito sentii altri due colpi ma non ho visto chi li abbia esplosi… mentre tornavo a casa fui raggiunto da Agostino Guagliano il quale nulla mi disse sul modo come erano andate le cose
- Hai visto qualcuno armato?
- Non ho visto nessuno armato
- Sei sicuro che Antonio Ritondale strappò le tue banconote?
- In verità io non ho visto quando Antonio strappò le 40 lire; ho visto soltanto quando strappò le prime 5 lire
- E perché le avrebbe strappate?
- Non ne so il motivo e per mio conto ero sicuro che il giorno seguente avrei riavuta l’intera somma – poi ci pensa su qualche secondo e aggiunge –. Credo che Antonio si sia offeso pel fatto che io avevo espresso di non tenere alle 5 lire stracciate e credo che per lo stesso motivo mi voleva menare
- In che rapporti erano Antonio Ritondale e Agostino Guagliano?
- Nulla so dei loro rapporti
Sembrano sinceri, potrebbero davvero non essere coinvolti nell’omicidio.
Sono le 6 di mattina del 10 novembre. Il Brigadiere Dattilo e il Carabiniere Carmine Gallo stanno effettuando un servizio sul treno 1931 diretto a Reggio Calabria. Su detto treno notammo la presenza di Guagliano Agostino che stava seduto in uno scompartimento di III^ classe. Il medesimo venne subito tratto in arresto e venne nello stesso momento consegnato ai militari che con quel treno eseguivano traduzioni straordinarie a Belvedere per essere dato in consegna al custode di quelle carceri perché lo tenesse a disposizione dell’Autorità Giudiziaria. Finisce così, mentre cerca di allontanarsi nel modo meno consueto, la breve latitanza del principale sospettato dell’omicidio di Antonio Ritondale.
- Dopo aver ballato e bevuto del vino, meno di me che sono astemio, ce ne andammo. Io presi commiato assieme a Eugenio, Felice Antonio e Giovanni Benvenuto. Ero appena uscito di casa che fui chiamato a recarmi di nuovo in casa dell’ucciso il quale mi propose di andare a fare una cantata a Cirella, ma io mi rifiutai; allora ci trattenemmo ancora un poco e io mi misi a sonare l’organetto. Salvatore Ritondale ebbe a dirmi se volevo vendergli l’organetto ed io gli risposi di no, aggiungendo per scherzo di voler sapere quanto me lo avrebbe pagato se glielo avessi venduto e lui rispose che l’avrebbe pagato trenta lire e ciascuno dei presenti fece anche per conto proprio, ma sempre per scherzo, un’offerta. Felice Antonio Benvenuto infine offrì 45 lire e mise fuori la somma. Tosto Antonio Ritondale, l’ucciso, tolse di mano al Benvenuto le 45 lire e se le pose sotto una coscia sulla sedia su cui sedeva e poi, dietro mia esortazione, gliele restituì, meno 5 lire che strappò. Di lì a poco gli tolse ancora le quaranta lire e pure le strappò, tentando inoltre di menarlo senza riuscirvi perché io aprii la porta e lo feci andar fuori, seguendolo con tutti gli altri. Non avevamo fatto una cinquantina di metri che ci raggiunse Salvatore Ritondale con un fucile; ci disse che le 45 lire le avrebbe pagate lui e nel contempo imbracciò il fucile contro di noi. Allora io ed Eugenio Benvenuto lo prendemmo alle spalle per calmarlo e mentre egli sbraitava dicendo che ci doveva bruciare, sopraggiunsero il genero Francesco Benvenuto e il figlio Antonio; il genero fece anche lui opera di persuasione a ben fare, ma il figlio inveì prima contro di me prendendomi alla gola, poi si lanciò contro altri. Ne avvenne una colluttazione durante la quale vidi una mano armata di rivoltella che con un colpo feci cadere impossessandomene. Intanto Antonio si scagliò nuovamente contro di me facendomi cadere per terra e allora io gli tirai contro un colpo di rivoltella, esplodendone altri due in aria per richiamare l’attenzione di altra gente. Il Ritondale fu da me colpito dopo avermi fatto cadere per terra, ma mentre aveva volto a me le spalle per slanciarsi contro Eugenio Benvenuto
Il Pretore è perplesso perché questa ricostruzione contiene elementi comuni a quelle degli altri due imputati e potrebbe essere credibile, ma il resto no, il resto è smentito dai testimoni, nessuno dei quali ha riferito della zuffa tra Antonio e Gaetano e della caduta di quest’ultimo. E poi che bisogno c’era di sparare contro Antonio se ormai gli aveva voltato le spalle e non rappresentava più una minaccia per lui? Potrebbe esserci sotto dell’altro.
Intanto vengono messi a confronto testimoni e imputati e si raggiungono alti livelli di drammaticità, per esempio quando il Pretore Alfonso Vaccari fa sedere davanti a sé i testimoni Giovanni Benvenuto, Domenico Oliva e Felice Antonio Ritondale
Benvenuto: Voi altri due eravate tutti e due presenti quando fu ferito Antonio Ritondale, come ero presente io ed erano presenti gli altri
Ritondale ed Oliva: Voi siete un bugiardo e noi non avremmo motivo per affermare una cosa diversa dal vero – dicono alzandosi minacciosi dalle sedie
Benvenuto: Voi eravate presenti, insisto, e se mi toccate vi denunzio!
Ritondale ed Oliva: State tranquillo che nessuno vi torcerà un capello e per altro noi siamo pronti a deporre anche con giuramento
Ritondale: Voi forse credete di venire in soccorso di Eugenio e Felice Antonio Benvenuto vostri cugini, ma noi non possiamo falsare la verità
Benvenuto: Assieme con voi era presente anche Salvatore Ritondale, armato di fucile, ed anche Francesco Benvenuto può testimoniare della vostra presenza!
O come il confronto tra lo stesso Giovanni Benvenuto e il padre della vittima, Salvatore Ritondale
Benvenuto: Voi vi siete trovato presente quando fu ferito vostro figlio ed eravate armato di fucile che spianaste contro il gruppo costituito dagli altri
Ritondale: Voi mentite! Se io mi fossi trovato presente non sarebbe accaduto niente e se, dopo l’accaduto, fossi stato armato di fucile, l’omicidio di mio figlio non sarebbe rimasto invendicato! Voi siete un complice perché avete veduto quando il Guagliano si avvicinava piano piano contro mio figlio con la rivoltella in pugno e non avete dato alcun avvertimento!
Benvenuto: È vero che vidi il Guagliano estrarre la rivoltella e sparare vostro figlio, ma fu questione di un attimo e non feci in tempo ad avvertire alcuno
Mentre si svolgono i confronti, il Brigadiere Dattilo viene a sapere che il probabile movente dell’omicidio deve ricercarsi in una presunta relazione tra Agostino Guagliano e la moglie della vittima, ma nessuno si azzarda a mettere nero su bianco e tutto rimane solo una confidenza, inutile ai fini del processo.
L’unica cosa di cui gli inquirenti si convincono è l’insufficienza degli indizi a carico dei cugini Eugenio e Felice Antonio Benvenuto, per cui, in attesa di formalizzare le richieste o meno di rinvio a giudizio, viene loro concessa la libertà provvisoria.
Niuna parte presero all’omicidio Eugenio e Felice Antonio Benvenuto. Il reato fu istantaneo, improvviso ad opera tutta esclusiva del Guagliano. La presenza dei due Benvenuto nulla depone a loro carico e nemmeno dice nulla la loro fuga, appena dopo il delitto, perché si spiega con lo stupore e con lo spavento che esso produsse in coloro che erano più di tutti ben lontani dall’immaginare che potesse avvenire. Così la Sezione d’Accusa motiva la decisione di dichiarare il non luogo a procedere nei confronti dei cugini Benvenuto per il reato di complicità in omicidio. Agostino Guagliano invece dovrà rispondere di omicidio volontario davanti alla Corte d’Assise di Cosenza. Finora nessuno ha scritto una sola parola sul movente ed è troppo facile cavarsela col definirlo istantaneo e improvviso perché non c’è nessuna necessità di sparare ad un uomo che volta le spalle. È il 24 aprile 1926.
Il dibattimento inizia il 3 dicembre successivo e bastano due udienze per condannare Agostino Guagliano a 9 anni, 2 mesi e 10 giorni di reclusione ravvisando il movente nell’impeto d’ira o d’intenso dolore causato da ingiusta provocazione e negando, nello stesso tempo, sia che abbia commesso il fatto eccedendo i limiti della necessità di respingere da sé una violenza attuale ed ingiusta, sia che commise il fatto perché costretto dalla necessità di respingere da sé una violenza attuale ed ingiusta.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.

domenica 15 aprile 2018

AMICI PER LA MORTE


Dopo aver finito di lavorare, tutti gli adolescenti (in realtà sono uomini fatti) amano riunirsi in gruppi e bighellonare scherzando, come per vivere quella fanciullezza troppo presto svanita tra zappa e animali da pascere.
È il tramonto del 16 settembre 1905 e anche a San Giovanni in Fiore i giovanottini si ritrovano tra amici. In uno dei tanti gruppetti ci sono il sedicenne Giovanni Sirianni, un tipetto mingherlino e abbastanza vivace – molti lo definiscono assai discolo ed attaccabrighe che spesso era scappato dalla casa paterna – e il diciassettenne Giovanni Minardi, più alto e robusto del suo amico. Dopo essersi divertiti, ormai è buio, i due ragazzi prendono la via Cognale per tornare a casa. Come al solito Giovanni Minardi stuzzica e sfotte l’amico
- Pari nu zingariellu!
- E basta!
- Si nu cucuzziellu!
- Mi stai seccando adesso…
- Lo sai che ti dico? Mi sembri Carminiellu! – e giù una grassa risata. Giovanni Sirianni abbozza e si morde il labbro, sa che deve tenere a bada la rabbia perché le prenderebbe di sicuro. Poi Minardi prende da una tasca un moccolo di candela, sfrega uno zolfanello su un muro e l’accende. La luce è fioca e tremula, ma basta allo scopo che il ragazzo si è prefisso: illuminare sinistramente il viso dell’amico per sfotterlo ancora di più. Intanto a loro si è unito a loro un altro amico, Domenico Guzzo, che ride sguaiatamente alle battute di Minardi. Sirianni non ce la fa più e con una manata fa cadere la candela che si spegne sfrigolando. Minardi non si aspettava la reazione dello zingarello e resta un attimo perplesso, poi comincia a menargli botte in testa. I due si accapigliano ma, come già sapevano entrambi, non c’è partita, Minardi è troppo più forte dell’altro e lo butta subito a terra dandogliele di santa ragione. Sirianni non emette un lamento, le prende e basta. Quando l’altro si sente soddisfatto del paliatone che ha rifilato all’avversario si rialza, si rialza anche Sirianni tutto pesto e dolorante, ma ha una sorpresa in serbo per Minardi: il rumore secco e metallico della molla che scatta per fare uscire la lama del coltello che per un attimo luccica sinistramente alla luce della luna e poi penetra due volte nelle carni di Minardi. La prima coltellata gli arriva in pieno petto lasciandolo con la bocca aperta per la sorpresa; la seconda gli buca i muscoli della coscia sinistra facendolo cadere in ginocchio.
- Mi si venutu allu pede allu pede e mò t’haju spiacciatu… dovevo ammazzarti prima… – gli dice mentre col dorso della mano sinistra asciuga il suo sangue che cola dal naso; nell’altra mano dal coltello cola il sangue di Giovanni Minardi. Poi gli sembra che un treno lo stia investendo: è Domenico Guzzo che gli si è buttato addosso per disarmarlo e ci riesce, raccatta il coltello e lo va a consegnare alla madrigna del feritore, poi va a chiamare i Carabinieri. Mentre dalle finestre la gente si è resa conto di ciò che è successo, Giovanni Sirianni sparisce nel buio della notte.
- Mamma… chiamatemi mamma… sono morto… – Minardi supplica i presenti mentre si contorce a terra per il dolore. La gente che è scesa in strada lo mette su di una sedia e lo porta a casa, dove il dottor Vincenzo Barberio lo visita e lo dichiara in imminente pericolo di vita.
- Chi è stato a ferirti? – gli chiede più volte il Maresciallo Posteris senza ottenere altra risposta che un mugugno incomprensibile. Ci vorranno quasi le due del nuovo giorno perché il ferito riesca a pronunciare il nome di Giovanni Sirianni, entrando subito dopo in coma
Ma questa è solo la conferma formale di ciò che già era certo e i Carabinieri e le Guardie Municipali si sono già messi alla caccia del feritore da ore e lo trovano in aperta campagna nel posto che tutti chiamano Sopra il Vollo di San Francesco, praticamente nello stesso momento che il ferito ne pronuncia il nome.
- Ero amico di Giovanni Minardi e spesse volte ci trovavamo insieme, allorché abbastanza spesso prendesse a scherzarmi abusando della sua statura più alta della mia e della età maggiore. Ieri, sull’imbrunire, ci unimmo e con noi c’erano altri amici. Il Minardi, al solito, prese a schernirmi. Poscia essendoci avviati verso la via Cognale, era rimasto con noi Domenico Guzzo, alias Inciocca. Il Minardi, continuando a schernirmi accese un pezzo di candela e me lo avvicinava al viso per guardarmi e poiché io gliela spensi egli si avventò su di me e mi percosse a pugni e calci, buttandomi per terra. quando mi rialzai, acceso dall’ira, estrassi il coltello a serramanico e con lo stesso vibrai al Minardi due colpi, ma ignoro in quale parte del corpo lo abbia ferito… se non erro uno al petto e l’altro alla coscia e quindi mi diedi alla fuga… – poi commette l’errore di pronunciare delle parole a mezza bocca che il Maresciallo riesce a percepire – da più tempo volevo ammazzarlo
Nel frattempo si presenta al Maresciallo certo Caputo Domenico, spazzino comunale del luogo, il quale riferisce una circostanza che potrebbe aggravare di molto la posizione di Sirianni
- La mattina del fatto Giovanni Sirianni si è presentato a casa mia e mi ha chiesto se volevo vendergli la mia rivoltella per la quale mi offriva lire dodici a pagare con dilazione non avendo pronta la moneta. Gli risposi negativamente e quando si persuase che le sue vive insistenze riuscivano a nulla, andò via
Se provato, questo fatto potrebbe significare che Sirianni aveva premeditato di volere uccidere Minardi
- Il 16 corrente, è vero che, trovandomi a parlare accademicamente con Domenico Caputo e sapendo che costui possedeva una rivoltella, lo richiesi se volesse vendermela. Ma ciò dissi per ischerzo e senza alcun fine, sia perché non avevo i mezzi per comprarla e sia perché non avevo che farne. Molto meno, poi, potevo avere intenzione di servirmi della stessa per uccidere il Minardi perché nessun rancore esisteva con lo stesso, né io avevo intenzione di ucciderlo
Poi le cose precipitano e il 19 settembre Giovanni Minardi muore in seguito a setticemia provocata dai materiali rigurgitati dallo stomaco nel cavo pleurico, i quali hanno provocato la pleurite, la pulmonite e la pericardite settica. Adesso si può parlare di omicidio. Omicidio volontario. Di questo gli inquirenti sono sicuri e scartano subito l’ipotesi che si sia trattato di un caso di omicidio oltre l’intenzione. A far propendere per il reato più grave sono le parole sussurrate in caserma, l’arma usata  (un coltello a serramanico detenuto illegalmente è sempre un indizio grave a carico), il punto vitale colpito e la circostanza del mancato acquisto della rivoltella.
L’istruttoria è velocissima e già il 30 novembre la Camera di Consiglio pronuncia la richiesta di rinvio a giudizio di Giovanni Sirianni con l’accusa di omicidio volontario, che viene accolta dalla Sezione d’Accusa il 17 marzo 1906.
Alla fine dell’anno la Corte d’Assise di Cosenza lo giudica colpevole condannandolo, concesse le attenuanti di legge, a 6 anni e 8 mesi di reclusione.
Il giorno dopo l’emissione della sentenza, il 7 dicembre 1906, Giovanni Sirianni firma la rinuncia a presentare appello ed accetta la pena inflittagli dalla Corte,  così la condanna diventa definitiva.[1]



[1] ASCS, Processi Penali,

giovedì 12 aprile 2018

LO VOGLIO PAGATO DAL FASCISMO DI CERVICATI


È la sera del 13 aprile 1924, la domenica delle Palme, e non manca molto a mezzanotte. I Carabinieri Antonio Salatino e Vincenzo Mannarino sono appena usciti dalla caserma di San Marco Argentano per un servizio di pattuglia quando a un centinaio di metri scorgono un gruppetto di tre persone ferme a confabulare tra di loro in attitudine sospetta. Si avvicinano e le identificano per Paolo Gaudio, 23 anni, Raffaele Salerno, 18 anni, e Amedeo Serra, 18 anni, tutti di Cervicati
- Che ci fate qui a quest’ora?
- Stiamo aspettando altri amici di Cervicati e poi dobbiamo venire in caserma per riferire che a Cervicati sono successe “palate”
In questo frattempo effettivamente arrivano gli amici, Ruggero Puzzo, 18 anni, Ernesto Iaccino, 20 anni, Vincenzo Nico, 20 anni, i quali sembrano non essere intimoriti dalla presenza dei Carabinieri e ordinano ai primi tre di andarsene
- I vostri amici hanno appena detto di voler venire in caserma per denunciare qualcosa accaduta stasera a Cervicati e voi invece non volete? Venite tutti in caserma e vediamo che avete da dire – intima loro il Carabiniere Salatino
- Veramente noi siamo venuti per vedere se qualche avversario fosse venuto in caserma per riferire delle questioni accadute in paese… – gli rispondono i nuovi arrivati, che aggiungono – a San Marco ci sono pure altri due dei nostri, Florindo Aceto e Giuseppe Formoso…
- Forza, tutti in caserma – ribadisce Salatino
- Facciamo così – propongono i soliti tre – noi andiamo a rintracciare gli altri due e poi veniamo tutti insieme in caserma
I due Carabinieri, ingenuamente, li lasciano tutti lì e vanno ad avvisare il Maresciallo Filippo Giampaolo il quale va su tutte le furie e ordina loro di andare di corsa a trovarli se vogliono evitare un rapporto. Salatino e Mannarino si mettono alla ricerca dei sei e li trovano poco dopo sotto la casa dell’ingegnere Manfredi, segretario politico della sezione fascista di San Marco. Ne nasce un piccolo battibecco e dal balcone del primo piano si affaccia il fratello del segretario fascista, l’avvocato Rinaldo Manfredi, che invita i due Carabinieri a salire perché, dice, gli deve parlare. Quando entrano nello studio trovano seduti due uomini che vengono presentati per Aceto e Formoso, gli ultimi due della compagnia di Cervicati
- Ma insomma – sbotta spazientito Salatino – si può sapere cosa diavolo è successo a Cervicati?
- Ci sono state bastonate per Luigi Bellusci – gli risponde Formoso
- A che partito appartiene Bellusci? – gli chiede Salatino, sospettando che la presenza dei due in una casa di notabili del fascio possa nascondere motivi politici
- Pare fosse fascista
- E voi?
- Fascisti!
- Bene, andiamo in caserma
- Lasciateli qui altri dieci minuti, vi assicuro che verranno tra poco – propone Manfredi e i due Carabinieri acconsentono lasciandoli lì e accompagnando in caserma gli altri sei
Il Maresciallo Gianpaolo è scettico sulle risposte che i sei danno alle sue domande perché, se fosse vero che si è trattato di banali palate con qualche pugno e qualche colpo di bastone, che bisogno c’era di andare a chilometri di distanza a scomodare il segretario politico del fascio? Gianpaolo ha il sospetto che un fatto grave doveva essere accaduto nel quale tutti sono implicati
- Lo abbiamo già detto… volevamo vedere se qualche avversario veniva in caserma…
- E voi siete tutti fascisti?
- Si
Il Maresciallo non si fida e ordina che tutti e sei siano rinchiusi in camera di sicurezza mentre lui e il Brigadiere Carmelino Piras si accingono a partire per Cervicati, ma vengono bloccati dall’arrivo in caserma di un impiegato del comune di Cervicati, Elia Marchianò, che porta una brutta notizia: in Piazza Guzzolini c’è scappato un morto, Luigi Bellusci, 31 anni, mugnaio, ucciso a colpi di coltello, uno dei quali, all’inguine, gli ha reciso l’arteria e la vena femorale, portandolo alla morte in pochi minuti.
Il cadavere di Luigi Bellusci è steso supino, immerso in una pozza di sangue, vicino l’abitazione del signor Enrico Marchianò. Accanto al corpo, piantonato da una guardia municipale, c’è un gruppo di donne che piange e si dispera battendosi il viso e il petto. In questo frattempo sopraggiungono anche il Carabiniere Salatino e il Carabiniere Mannarino che avvisano il Maresciallo della mancata presentazione in caserma di Florindo Aceto e Giuseppe Formoso, contrariamente a quanto assicurato da Manfredi, così Gianpaolo ordina al brigadiere Piras e Mannarino di fare una visitina alle case dei due. È ormai passata l’una del 14 aprile, lunedì.
Giuseppe Formoso è a letto.
Alla domanda se egli era a conoscenza di quanto era avvenuto in paese, rispose che lui nulla sapeva perché era andato a letto verso le ore 20, circostanza, questa, confermata dalla moglie. Domandatogli pure se la sera precedente era andato a San Marco, rispose di no e ad altra domanda se la sera precedente si era visto con Aceto Florindo, rispose che l’ultima volta che si erano visti fu il mattino del 13. Sorprendentemente il Carabiniere Mannarino che lo ha visto in casa dell’avvocato Manfredi non ha nulla da eccepire. Però lo fanno alzare dal letto e lo accompagnano al Municipio dove lo aspetta il Maresciallo per fargli qualche altra domanda, mentre Piras e Mannarino vanno a casa di Aceto. Anche lui è a letto che dorme come un angioletto. Ad analoga domanda rispose di aver saputo che Bellusci era stato bastonato e che egli, assieme a Formoso e ad altri 6 fascisti si era recato a San Marco per avvertire i dirigenti del fascio e che poi, assieme a Formoso, ritornò a Cervicati verso la mezzanotte, andando direttamente a letto. Meno male che a tirare in ballo Formoso ci pensa il suo camerata!
- Allora, Formoso, me lo vuoi dire che è successo ieri sera? – lo incalza il Maresciallo. Dopo tante titubanze e reticenze dichiarò
- Ieri sera ero nell’esercizio di Raffaele Lattari assieme ad altri individui con i quali uscii alla chiusura dell’esercizio stesso. Appena fuori trovai in piazza Luigi Bellusci e altri, tra i quali molti fascisti e qualche socialista. Bellusci, per quanto fascista anche lui, era sospettato dagli altri fascisti presenti come una spia e come tale lo trattarono. Alle proteste del Bellusci gli animi dei fascisti, all’infuori di me, s’inasprirono di più ed emesso il grido di A NOI, Gaudio Paolo, Salerno Raffaele e Aceto Florindo alzarono i bastoni che avevano in mano, dando ripetuti colpi al Bellusci il quale scappò cercando un rifuggio. Dopo qualche minuto Aceto Florindo riunì me, Gaudio Paolo, Salerno Raffaele, Puzzo Ruggero, Iaccino Ernesto, Nico Vincenzo e Serra Amedeo, invitandoci a recarci con lui a San Marco Argentano per riferire ai Carabinieri che i socialisti avevano fatto palate. Giunti a San Marco io e Aceto ci recammo prima dal decurione della Milizia, Eudesio Talarico, ma non avendolo trovato ci recammo dal segretario politico di San Marco che però non trovammo, parlando invece con il di lui fratello. Al ritorno a Cervicati, io e Aceto incontrammo il signor Elia Marchianò che ci avvisò della morte di Bellusci ed io esclamai: “Poveraccio!”, mentre l’Aceto non si commosse per nulla
- È tutto?
- Aggiungo che quando fummo fuori la cantina di Lattari, il milite fascista Puzzo Giovanni, imbrandendo un’arma in mano pronunziò le parole: “Largo, largo” dando poscia con l’arma stessa un colpo al basso ventre a Bellusci
 Florindo Aceto non la pensa come il suo camerata, non ci sta ad accollarsi il morto, seppure in correità con il nuovo entrato Giovanni Puzzo e adesso si scatena una guerra di tutti contro tutti. Homo hominis lupo.
- Verso le ore ventuno del tredici sono entrato nell’esercizio di Lattari Raffaele dove si erano radunate diverse persone. Essendo io un milite fascista, ho dato l’ordine al Lattari di chiudere l’esercizio perché era già ora di chiudere. Lui però non ha voluto chiudere ed io me ne sono andato a casa di Serra Enrico. Con lo stesso Serra mi sono poi recato in piazza un’altra volta ed ivi ho visto delle persone che discutevano fra di loro. Col mio compagno Serra salimmo poi sulla piazzetta della chiesa, fermandoci a discorrere per circa dieci minuti, quando dal gruppo delle persone abbiamo sentito il grido: A NOI. Siamo scesi quindi ed abbiamo visto il Bellusci che stava a terra, mentre le altre persone erano ancora ferme sulla piazza. Dopo cinque minuti io ed il Serra ci siamo avvicinati al gruppo di persone dalle quali abbiamo appreso che il Bellusci era stato Bastonato, constatando che per terra vi era pure del sangue. Dopo tale constatazione, io e gli altri ci portammo a San Marco per riferire l’accaduto ai Carabinieri. Io e l’altro milite Formoso Giuseppe siamo andati per avvertire il decurione della milizia ma non ci ha risposto ed allora ci recammo in casa del segretario politico
È palese che tutti e due stanno mentendo, come anche i loro camerati nascondono la verità. Dai primi accertamenti i Carabinieri si convincono che ad essere direttamente implicati nel fatto sono Florindo Aceto, Giuseppe Formoso, Nicola Puzzo, Paolo Gaudio, Raffaele Salerno e Vincenzo Nico, così li arrestano, ma nello stesso tempo rimettono in libertà gli altri fermati. La vedova di Luigi Bellusci, intanto, vuole giustizia e per ottenerla chiede di scomodare il barone Francesco Guzzolini che dal suo balcone deve per forza aver visto e sentito tutto
- Venni avvertito dalla mia cameriera che fuori si faceva quistione. Mi affacciai al balcone e vidi vicino al botteghino di Lattari una folla di persone che parlavano ad alta voce. Una di queste gridò: “Sei un vigliacco, siete vigliacchi”. Non riconobbi chi pronunziò tali parole, ma ritengo che fosse Luigi Bellusci. Dopo, quella folla si dileguò e vidi contemporaneamente 3 individui avviarsi verso il punto in cui fu rinvenuto il cadavere. Dopo un poco vidi venire da tale punto Cipolla Santo, ubbriaco. Escludo che il fatto delittuoso abbia carattere politico perché Bellusci era fascista, non dimissionario, come fascisti sono i sospettati autori dell’omicidio. Il fatto lamentato non costituisce che un dramma della malavita locale.
Ma si, meglio lasciarla fuori la politica, chi ce lo fa fare a litigare tra fascisti? Eppure il barone Guzzolini cerca di tirare in ballo Santo Cipolla, noto socialista del paese, quando dice di vederlo tornare dal posto dove fu rinvenuto il cadavere. Ma per tirare in ballo Cipolla, il barone deve raccontare di aver visto tre persone dirigersi verso quel luogo. È questo il punto di partenza per cercare di fare chiarezza in un muro di omertà, cosa della quale si lamenta anche l’avvocato Samuele Tocci, difensore di parte civile che, indicando una lista di testimoni da interrogare, scrive: (…) che si prega di sentire come testimoni per potere – attraverso tanta omertà e tanto sforzo di salvataggio a favore degli imputati – apprendere la verità del triste e selvaggio avvenimento che ha costato la vita ad un disgraziatissimo e buon lavoratore, che ha lasciato nel lutto e nella miseria tre figliuoli piccolissimi e la giovane moglie.
La prima crepa la apre Ernesto Iaccino, uno dei giovani fermati a San Marco Argentano
- Davanti al bottegino di Lattari era adunata molta gente. Vidi prima Aceto Florindo dare due colpi di nerbo a Bellusci Luigi alle spalle e poi Formoso Giuseppe dare anche due colpi con un’arma lucente, che non distinsi, ad esso Bellusci di dietro. Dopo vidi l’Aceto ed il Formoso accompagnare per le braccia il Bellusci, mentre Nico Vincenzo ed altri li seguivano. In seguito, quando arrivò presso la casa di Serra Filomena, intesi il Bellusci dire: “Lasciatemi che mi voglio coricare qui…”. Il Bellusci venne lasciato in quel punto e tutti gli altri andarono via
- Ma Bellusci è stato colpito sia davanti che dietro – osserva il Pretore che lo interroga
- Non vidi il Formoso o altri colpire davanti il Bellusci. Quando vidi il Formoso colpire costui di dietro, per timore che qualche guaio mi potesse accadere, mi allontanai subito per pochi passi. È facile che il Bellusci sia stato ferito davanti, e non so da chi, nel momento in cui mi allontanai
- Giovanni Puzzo c’era?
- Non mi accorsi se era presente
La circostanza che Bellusci è stato accompagnato da Formoso e Aceto fin sotto casa di Filomena Serra coincide con la dichiarazione del barone Guzzolini il quale ha affermato di aver visto tre persone dirigersi in quella direzione. Forse le indagini hanno preso la piega giusta. Bisogna trovare conferme.
- Mi trovavo vicino alla chiesa quando intesi il grido “A NOI!” proveniente da un gruppo di persone che si trovavano vicino all’esercizio di Lattari. Quel grido fu emesso da Formoso Giuseppe, la cui voce io conosco benissimo – racconta Giovanni Capparelli –. Io mi avvicinai e proprio nel momento in cui arrivai vidi che Aceto Florindo percuoteva il defunto Bellusci con uno scudiscio, ‘nu vurpile, e che il Formoso Giuseppe con un’arma bianca che aveva in mano e che non distinsi bene, tirò al Bellusci prima un colpo dalla parte davanti e poi, dopo averlo afferrato per un braccio e fattolo girare leggermente a destra, gli tirò un altro colpo dalla parte di dietro. Vidi che altre persone si avventarono contro il Bellusci con le braccia alzate, ma siccome la mia attenzione era concentrata verso il Formoso, non distinsi in verità se tra quelle persone vi fossero Puzzo, Gaudio, Salerno e Nico
- Ernesto Iaccino giura di aver visto Formoso colpire Bellusci solo da dietro…
- Io confermo quello che ho detto
Così Giuseppe Formoso viene messo alle strette e dopo molti tentativi di sviare il discorso, finalmente ammette qualcosa, non prima di esternare la sua fede politica
- Sono fervente fascista e sono iscritto al partito fin dall’aprile dell’anno scorso. Verso le 20,30 il Lattari chiuse l’esercizio e tutti uscimmo, compreso Bellusci Luigi. Avendo in quel momento inteso che quest’ultimo e Cipolla Santo, socialista, parlare contro il fascismo, fui preso dall’ira, estrassi un piccolo coltello e con questo punsi di dietro il Bellusci. In seguito Aceto Florindo, Salerno Raffaele, Gaudio Paolo, Nico Vincenzo, tutti fascisti e tutti armati di bastone, presero ad inseguire il Bellusci che era scappato via. Immediatamente dopo io e gli altri ci recammo in San Marco per riferire al segretario politico, ingegnere Manfredi, quanto era successo. Confesso di avere colpito solo di dietro il Bellusci e non pure davanti. Dichiaro pure che è falsa la circostanza riferita da me al Maresciallo di avere visto Puzzo Giovanni ferire con un’arma il Bellusci al basso ventre. Nel momento del fatto Puzzo non era presente e quindi non è vero che egli abbia partecipato alla rissa
È già qualcosa questa ammissione, ma adesso ci sono altri testimoni che raccontano come si arrivò alla tragedia, smentendo Formoso
- Sabato scorso, il giorno prima della tragedia, ero nel botteghino di Lattari e discutevo bonariamente con Barci Belgrado, Lanzillotta Pasquale e Viola Vincenzo. Io parlavo a favore del fascismo mentre costoro parlavano in favore del socialismo. Forse per questo Aceto Florindo, il giorno seguente, ebbe a dirmi: “Se i signori Lattari, Barci e Lanzillotta od altri continuano a parlare male del fascio, vedi che io griderò “A NOI!”, perciò resti avvertito di accorrere se ti senti lo stomaco, altrimenti vai a casa” – racconta Alfredo Percacciante
Detta così, sembra quasi che l’aggressione sia stata premeditata e questa ipotesi si rafforza quando Raffaele Lattari ed altri ricostruiscono gli ultimi minuti trascorsi nella cantina e i primi fuori dalla stessa. Racconta Lattari
- La sera dell’omicidio ero nel mio tabacchino e discorrevo con alcuni amici, quando venne Aceto Florindo che voleva impormi la chiusura dicendo: “Qui si parla sempre di socialismo, sei stato rappresentante della fiaccola e ne hai votato la lista”. Osservai che nel mio esercizio non si parlava di socialismo o di fiaccola, ma di ricordi di guerra. Per evitare quistioni con l’Aceto passai alla cantina annessa al tabacchino e cercai di fare uscire tutte le persone che vi si trovavano. In questo mentre entrò nel tabacchino il Bellusci in compagnia di Cipolla Santo e mi chiese un mezzo litro di vino che venne bevuto da questi due e Capparelli Basilio. Indi il Cipolla chiese un altro mezzo litro che fu bevuto dagli stessi, meno un bicchiere che il Bellusci offrì all’Aceto che lo bevette. Dopo, uscite tutte le persone che vi erano, chiusi il tabacchino e la cantina verso le 21 e mi ritirai a casa. Solo posso dire che mentre rincasavo udii una persona che non riconobbi di un gruppetto formato da Aceto, Formoso, Gaudio, Nico, Puzzo e Salerno dire in atto di sfida: “Cinque contro dieci”
- Con Aceto c’era Giovanni Puzzo quando nel tabacchino il primo disse: “Se continua la discussione di ieri sera, vi faccio vedere che cosa è il fascio”. Il Puzzo, ridendo, aggiunse: “Sgombrate!” – racconta Nicola Puzzo –. Dopo poco Lattari chiuse il botteghino e la cantina e si adunarono molte persone, compresi l’Aceto, il Puzzo, Formoso, Salerno, Gaudio, Cipolla e Bellusci e tutti, scherzando, parlavano di fascismo. L’Aceto ed il Puzzo volevano condurre a casa il Cipolla, ubbriaco, ma questi si rifiutò. Poi dovetti recarmi nel fondo dietrostante per rendere un atto corporale e, trascorsi pochi minuti, sentii gridare tre o quattro volte A NOI!. Ritornai davanti alla rivendita mentre una folla di persone saliva verso la chiesa. Scorsi delle macchie a terra ed accesi un fiammifero per osservarle. In questo momento sopraggiunse l’Aceto e mi domandò che cosa guardassi. Io risposi: “Guardo questo liquido lucente che è a terra”. L’Aceto aggiunse: “Ê inchiostro, non guardarlo”. Ma, avendogli detto che il liquido era rosso, l’Aceto disse: “Ê inchiostro rosso” e se ne andò. Io rincasai convinto che si trattasse di sangue
E infatti di sangue si tratta, come i Carabinieri hanno già accertato, descrivendo la scia rossastra che dalle vicinanze della cantina arriva fino al punto in cui è stato trovato il cadavere di Bellusci.
- Sopraggiunsero Aceto Florindo, Gaudio Paolo e Serra Enrico, il quale ultimo disse, senza rivolgere le parole ad alcuno: “Massimalisti sto cazzo! Hanno fatto scomparire il paese dando il voto ai socialisti; se fino ad oggi abbiamo tollerato tutto, da oggi in poi chi manca, paghi!” – riferisce Bernardo Lanzillotta – I tre nominati si aggiunsero ad altre persone che si trovavano davanti alla cantina e tutti parlavano di partiti. A un certo punto udii gridare A NOI! dall’Aceto e subito dopo vidi presentarsi a costoro Formoso Giuseppe il quale si pose sull’attenti. In questo momento ebbi l’impressione che quel gruppo di fascisti volesse provocare qualcuno e perciò diedi la buonasera e ritornai a casa
- Il Cipolla era ubbriaco, pronunziava parole sconnesse senza rivolgerle ad alcuno e diceva anche: “Sono massimalista!”. A tali parole io risposi: “Ma che massimalisti! È passato il tempo vostro, non è più il momento di parlarne – precisa Enrico Serra
Se le posizioni di Formoso e Aceto sono quelle più chiare, quella di Giovanni Puzzo è ancora in bilico perché, se è vero che Formoso lo ha scagionato dall’accusa di avere colpito col coltello Bellusci e ha dichiarato che non era nemmeno presente al fatto, è pur vero che molti testimoni lo collocano tra coloro i quali hanno, quantomeno, partecipato alla rissa. Poi spuntano alcuni testimoni che sostengono di averlo visto arrivare sul posto a cose già fatte e questo potrebbe essere la sua salvezza, se i giudici li riterranno attendibili. Si vedrà.
Più passano i giorni e più i Carabinieri si convincono che il misfatto sia stato provocato dalla convinzione dei fascisti di Cervicati che Bellusci fosse una spia. Tale convinzione ha potuto legittimamente sorgere nell’animo dei fascisti per il carattere del Bellusci che, specie dopo di aver bevuto, era molto ciarliero ed espansivo, fraternizzando anche con persone notoriamente conosciute come appartenenti al partito socialista. Proprio ciò che sarebbe accaduto quella maledetta sera: egli, infatti, verso le ore 17 del 13 andante si recò a bere nell’esercizio di Reggio Francesco, che è un socialista di Cervicati, e dove offrì da bere a Cipolla Santo, anche questi socialista. Assieme, poi, uscirono dall’esercizio di Reggio e passando per quello di Lattari vi entrarono, bevendo ancora altro litro di vino. Una colpa imperdonabile!
Intanto Maria Orrico, la vedova del povero Luigi Bellusci, scrive un’accorata lettera al Giudice Istruttore
Cervicati 17 luglio 1924
Illustrissimo Signor Giudice Ittrettore
Inaze a tutto vene chiedo squse del disturbo che le do
Mi getto ai vostri piedi pregantovi che accetti i mie scritti
La sera del 13 aprile 1924 primo di far il micidio al povero defunto Bellusci Luigi, questo Florinto Aceto antò accasa di Serra Enrrico e le disse vie comme adarmi aiuto che questa sera nel bottighino lo dovemo uccidere a qualche uno, così sono antati tutti assiemi nel botteghino. Allora questi erano decisi del giorno che doveano fare un disastro: ccosì questo Serra Enrrico si trovava unito con tutti quel altri che sono carcerati; diora questo sa tutto aveduto tutto ma non dice la verita perche sono fra di loro parenti e sanciovanni; io prego sempre la signoria vostra Illustrissima di mettere a tutti questi dentro e di essere costretti di farci dir la sincera verita, io vi assiquro che questi saranno complici al delitto, apposetivo non svelano tutta la verità.
Il pubblico grida e rivela tutta la verità ma non si dichiarano di mantenerllo in facce che portano paura delle parte che le fanno tanti amminacci, Giovanni Caparelli a detto a Posteraro Giuseppe che la lite era cominciata con Santo Cipolla, ma il povero defunto Bellusci Luigi non sapento che queste erano così ostinati disse perche cosa dovete bastonare a Santo Cipolla, un patre di figli, che cosa vi a fatto. Allora Aceto fliorinto si volto verso Bellusci e le disse tule vuoi far la difesa, allora Bellusci le disse  no per difesa ma fate male a bastonare aquesto, allora Aceto si da verso il povero Bellusci e li da dui vurpilati; quanto Bellusci senti il dolore si voleva dare adosso di Aceto fliorinto, allora Aceto disse Annoi Annoi due volte e corsero tutti addosso di Bellusci come leono e lanno portato alla morte; il publico vocifica che Puzzo Giovanni lia dato la cortellata che lo porto alla morte. Formoso Giuseppe la ferito di dietro le a dato due pugnalate piu ligiere, Vincenzo Nicho ccia messo le mani alla bocca che non lanno fatto nemmeno respirare e tutti alltri lanno bastonato a tutta forza: vedi Signor Giudice che tutti li bastonati che a ricevuto il mio povero e disgraziato marito non si sono nemmeno aqusati perche quanto aricevuto la pugnalata allarteria sie dissanquato tutto poi lanno rascinato per nasquontere all’ompra delle case e povero il sanque sie fenito tutto per terra; noi poveri adolorati sentento tutto questo dalle voce del publico siamo da un misero stato, poveri noi che cosa dovevamo fare cosi vi ne chiedo mille scuse e prego di farmi la legi e di far pagare il sanque sparso del mio povero marito morto di questa dolorosa morte straziato di tutti queste barberi mentre siera recato del lavoro la sera verso le 8 per prentere un zicaro trovo la morte; io sono adolorata con due figlie e grido sempre voglio leggia perche il mio marito era un tesoro, era un uomo di bene rispettoso di tutti pigliati informi di tutto il paese che cosa era questo; povero, a voluto morire per inzegnare la via del bene, per mettere la bona parola e lo voglio pagato di tutto il fascismo di Cervicati perche questo era un valeroso uomo, un sargente del 19 fanteria che a compattuto quatro anni inguerra e si porto sempre valeroso e fedele verso la patria e ccosi o il diritto di pregare alla leggi di ci dare una giusta condanna a questi barbari dilenquente che anno portato alla morte mio marito.
Parole che lasciano l’amaro in bocca ma che potrebbero aprire una nuova pista investigativa. Potrebbero, ma non succede niente. Non succede niente nemmeno quando in carcere viene sequestrata una lettera a Giuseppe Formoso a firma del cognato Natale Micieli, scritta con la stessa grafia e lo stesso stile di quella scritta da Maria Orrico
Cervicati 19 luglio 1924
Caro qugnato Giuseppe
Se tu dirai la pura verita e mi fai sapere come e antata questa lite che ti sei trovato pure tu assieme a tutti e se mi fai sapere tutto come avete fatto e chie stato il più colpevole e chi era piu assieme con voi, qui se dice che siete dentro e ci né piu di fuora, tu rivela tutto, dice pure chi lo traversò allompra di quelle case che per non farlo vedere più primo il cataforo, io ti prometto che daro aiuto alla tua moglia come pure ate se non sei capace a rivelare tutto, vede che tutti vogliono dare a te il grante peso, loro sene vogliono sciogliere e ate ti vogliono carricare tutto, dice la verita che ti considero perche ognuno puo accadere nella disgrazia, non posso farmi gabbo. Ti prego arrispontere e di farmi sapere tutto cio.
Ti saluto
Tuo cugnato Micieli Natale
Per il Pubblico Ministero non c’è altro su cui indagare, gli imputati sono e restano quelli e indica anche il movente che li ha spinti ad aggredire Luigi Bellusci: L’uccisione del Bellusci più che un fatto improvviso, sembra dovuto, come apparirebbe da varie deposizioni, ad un proposito delittuoso per il rancore che gli imputati fascisti nutrivano contro il Bellusci che sospettavano si fosse iscritto al fascio per fare la spia a vantaggio dei suoi amici di fede socialista. Stabilito ciò, si può procedere a formulare le richieste. E qui c’è qualche sorpresa. Giovanni Puzzo viene prosciolto in istruttoria dall’accusa di omicidio per non aver commesso il fatto, ma viene rinviato a giudizio con gli altri per rispondere, in concorso, del reato di lesioni personali seguite da morte. È il 20 settembre 1924.
La Sezione d’Accusa non la pensa così e proscioglie Giovanni Puzzo, Paolo Gaudio, Raffaele Salerno e Vincenzo Nico. Ma tutti dovranno rispondere del reato di partecipazione in rissa, senza aver posto le mani addosso all’offeso (resta da capire come si fa a partecipare ad una rissa senza menare le mani). A sedersi sul banco degli imputati della Corte d’Assise di Cosenza saranno soltanto Giuseppe Formoso che dovrà rispondere del reato di lesioni personali seguite da morte e di porto abusivo di coltello e Florindo Aceto che dovrà rispondere di concorso nello stesso reato. Ciò accade il 30 dicembre 1924.
Per iniziare il dibattimento ci vorrà un altro anno, il 5 dicembre 1925, il tempo necessario per fascistizzare del tutto i tribunali.
Prima dell’inizio del dibattimento si costituisce parte civile, Maria Orrico lo ha già fatto da tempo, anche Maria Miceli, la mamma di Luigi Bellusci, che nomina a rappresentarla l’avvocato Luigi Graziani. Ma la sorpresa è generale quando, alle 11,00 in punto, al banco della parte civile, in sostituzione di Graziani, si siede l’avvocato Pietro Mancini, il maggiore esponente del partito socialista cosentino, da poco rieletto deputato con più voti del quadrumviro Michele Bianchi e vittima di numerose aggressioni fasciste, affiancato dagli avvocati Samuele Tocci e Luigi Fagiani che rappresentano la vedova. Adesso quadra tutto, Bellusci era davvero una spia e i fascisti presenti in massa nell’aula cominciano a mugugnare e ad inveire contro Mancini.
Il dibattimento si svolge in due sole udienze tra molti “non ricordo” e la brutta figura del barone Francesco Guzzolini che nega di essere mai stato segretario del fascio e, addirittura, di essere mai stato iscritto al partito, ma viene pubblicamente smentito da Alfredo Percacciante che mostra in aula la sua tessera fascista, datata 7 luglio 1923, debitamente firmata da Francesco Guzzolini.
Quando prende la parola il Pubblico Ministero per chiedere la condanna di Giuseppe Formoso per omicidio oltre l’intenzione e di Florindo Aceto per lesioni lievissime, il pubblico rumoreggia e lo fa ancor di più quando l’avvocato Tocci arringa chiedendo ai giurati un verdetto affermativo di responsabilità a carico degli imputati, senza scusanti.
Quando, al contrario, gli avvocati della difesa di Giuseppe Formoso, Franco d’Ippolito e Riccardo Manfredi chiedono l’assoluzione del Formoso e in ogni caso ritenersi responsabile della lesione che non ha prodotto morte, col vizio parziale di mente per ubbriachezza e provocazione, scrosciano gli applausi, applausi che continuano mentre l’avvocato Tommaso Corigliano, difensore di Florindo Aceto, ne chiede l’assoluzione.
Pietro Mancini è più tenero del suo collega Tocci e si rimette al giudizio della corte per quanto riguarda Aceto, che ha vibrato solo due scudisciate. Per Formoso invece chiede la condanna senza attenuanti e il pubblico in aula perde la pazienza.
Il 7 dicembre viene emessa la sentenza. Per la giuria l’omicidio fu determinato da movente politico ma Giuseppe Formoso non ha commesso il fatto e non ha concorso nella esecuzione del fatto quale cooperatore immediato, piuttosto ha preso parte con altri nella esecuzione del fatto, senza che si conosca l’autore del fatto stesso. Formoso, quindi, è colpevole per aver commesso il fatto, o concorso, o preso parte con altri nella esecuzione di esso volontariamente con atti diretti a produrre una lesione personale, cagionando la morte dell’offeso, ma in quel momento era in tale stato di infermità mentale da scemarne grandemente, senza escluderla, a cagione di ubbriachezza volontaria e comunque Formoso ha commesso il fatto nell’impeto d’ira o di intenso dolore determinato da ingiusta provocazione! In più ci sono le attenuanti generiche. Tradotto in cifre farebbero 5 anni di reclusione ma la Corte ne dichiara condonati anni 4 della detta pena sotto le condizioni e comminatorie di legge. La Corte, inoltre, assegna alle due parti civili costituite £ 10.000 per ciascuna da computarsi nella liquidazione finale dei danni, alla refusione dei quali condanna Giuseppe Formoso.
Florindo Aceto viene assolto per estinzione dell’azione penale da amnistia.
Nessuna delle parti ricorre in appello.[1]



[1] ASCS, Processi Penali.