giovedì 31 agosto 2017

LA LOTTA ALLA MAFIA DEL DELEGATO GHERGHI

È il 15 settembre 1895 e il sole sta calando quando un uomo si allontana furtivo dal pascolo di contrada Aquilotta in territorio di Salemi, provincia di Trapani, senza essere visto dai quattro pastori e i due ragazzi che badano alla mandria del signor Filippo Calcara di Castelvetrano. È il campiere Baldassarre Cucchiara, uomo di fiducia del padrone, che se ne va disattendendo gli ordini ricevuti.
Sono circa le 20,00 e i bovari sbocconcellano un po’ di pane e formaggio sorseggiando del vino rosso. Parlano della misteriosa scomparsa di Cucchiara quando vengono letteralmente accerchiati da otto individui, cinque dei quali armati di fucile, i quali ordinano perentoriamente di non muoversi. Uno dei pastori, però, tenta di scappare e si becca un poderoso colpo in testa datogli col calcio di un fucile. Cade a terra svenuto e sanguinante e con questo biglietto da visita gli altri restano immobili come sassi mentre vengono legati mani e piedi dai malfattori.
Agendo in fretta con competenza, gli sconosciuti radunano quarantuno capi tra mucche, buoi e vitelli e si allontanano indisturbati lungo il canale del fiume Grande dirigendosi per i territori di Camporeale e Corleone, non prima di aver asportato il fucile in dotazione ai pastori, due bisacce con roba da mangiare e qualche pezzotta di formaggio.
Dai e dai, uno dei ragazzi, male legato ai polsi con un fazzoletto, riesce a liberarsi e a slegare gli altri. Uno di loro corre a Castelvetrano ad avvisare i Carabinieri e poi a casa del padrone a Latornie per dare la notizia della rapina. I militari, accompagnati dal signor Calcara arrivano sul posto quando il sole è già alto e cominciano subito le indagini seguendo le tracce degli animali. In teoria non dovrebbe essere difficile ritrovarli in fretta, una mandria non può svanire nel nulla e, d’altra parte, gli animali sono tutti marchiati sulla coscia destra con le lettere FC e con un taglio a forma di C sull’orecchio sinistro. In teoria non dovrebbe essere difficile ma i delinquenti hanno scelto il giorno giusto perché è appena terminata la fiera del bestiame a Salemi e le campagne circostanti sono piene di tracce di bovini che tornano nei pascoli. Quale sarà la traccia giusta? Poi c’è da considerare che i ladri di bestiame hanno molte ore di vantaggio e potrebbero avere avuto tutto l’agio di condurre gli animali in lontane località fuori da questo territorio. L’unica informazione che i pastori sono stati in grado di fornire è che i malfattori erano tutti vestiti di dogo piuttosto bianco, uno con cappello nero i testa e gli altri pure con berretti neri e dell’apparente età dai 25 ai 40 anni.
Il Delegato di P.S. Nunziante Cornetta, il Maresciallo Agapito Anzuini e i loro uomini, accompagnati da Calcara e da tale Pietro La Brasca, pratico delle montagne dell’interno, camminano fino a Corleone ma senza risultati perché tutte le trappere erano piene di tracce di bovini. I mandriani, che cercano per conto loro, sono invece più fortunati in quanto trovano nove animali abbandonati dai ladri a un paio di chilometri dal pascolo perché, evidentemente, non essendo riusciti a togliere i campanacci a quelle bestie più selvagge delle altre, hanno ritenuto più prudente proseguire senza il rumore delle campane.
Tutte le stazioni dei Carabinieri del circondario sono allertate ma i 32 animali mancanti sembrano davvero spariti nel nulla. Intanto lo strano comportamento del campiere Baldassarre Cucchiara porta gli inquirenti a sospettare che sia stato il basista del furto. In effetti la cosa è davvero strana se si pensa che i campieri sono assunti proprio per prevenire, attraverso le proprie “relazioni” con gli ambienti delinquenziali, i furti di bestiame.
Chi avrebbe potuto associarsi al Cucchiara nell’esecuzione della rapina? Certamente solo dei vaccari di mestiere. I Carabinieri di Castelvetrano focalizzano l’attenzione su alcuni sospetti del paese e soprattutto su tale Giovanni Calascibetta, persona dedita a tal genere di reati ed affiliato alla maffia dei paesi circonvicini, il quale potrebbe avere avuto come complici suo fratello Giuseppe, Pietro La Brasca (si, proprio colui il quale guidò le ricerche per i monti) e Ciro Cusumano. Tutti e quattro vivono d’una vita misteriosa, allontanandosi sovente da qui e ritornandovi a brevi intervalli. I Carabinieri perquisiscono le abitazioni di La Brasca e Calascibetta e trovano due pistole cariche a palla, una a una canna e l’altra a due, un lungo stile e gli abiti del Cusumano. Questa è una prova inconfutabile di come, contrariamente a quanto hanno dichiarato, siano in intime relazioni e dediti al mal fare. C’è di più: il fatto che il Calcara, appena saputo il furto si rivolse al Calascibetta Giovanni ed al La Brasca per poter rintracciare gli animali, dimostra come il danneggiato sospettasse anche sul loro conto. Che il La Brasca non fu estraneo al furto è manifestato dal fatto che, essendosi il medesimo accompagnato al Calcara nella ricerca degli animali, non solo non si adoperò pel rinvenimento di essi, ma è convincimento del Calcara che invece le sviò le tracce.
Così, La Brasca e Cucchiara finiscono in carcere dove già si trovano Cusumano e i due Calascibetta, arrestati nel frattempo per un altro furto di bestiame.
Dopo quasi un mese dal fatto, una confidenza ai Carabinieri indica come autori del furto, insieme ad altri individui di limitrofi e lontani paesi, il bracciante ventitreenne Francesco Rubino e il ventiquattrenne pastore Vincenzo Cappello, entrambi di Salemi. A casa di Rubino viene sequestrato un fucile ad avancarica con bacchetta di legno, simile a quelli usati per la rapina e descritti dai pastori. È nei guai. I Carabinieri lo portano in caserma e, dopo lunghe interrogazioni e promesse di tenere celato il suo nome per le rivelazioni che poteva farci, Rubino confessa, oltre ad altri furti commessi a Mazara, anche di avere partecipato alla rapina in danno di Calcara e fa il nome di un certo Vincenzo Cappello. Confessa, di più, di avere rubato altri animali durante la fuga.
Rubino viene arrestato e i Carabinieri vanno a casa di Vincenzo Cappello il quale, avvertito dell’arresto del socio in affari, è già sparito dalla circolazione. Francesco Rubino si rende conto di ciò che ha fatto e quando viene interrogato in carcere dal Pretore ritratta tutto.
Anche il signor Filippo Calcara ritratta la sua precedente querela e adesso sostiene di non nutrire alcun sospetto né nei confronti del suo campiere Baldassarre Cucchiara, né nei confronti dei fratelli Calascibetta, di La Brasca e Cusumano. Molto strano.
Intanto, a Salemi gli investigatori nutrono sospetti anche su Erasmo Rubino, fratello di Francesco, e lo arrestano. A San Giuseppe Jato i Carabinieri arrestano anche tali Gioacchino Polizzi da Giardinello, Vincenzo Pisciotta da Montelepre, ritenendoli tra i componenti della banda che ha compiuto la rapina ai danni di Filippo Calcara.
Pisciotta confessa e indica come suoi correi i fratelli Rubino, Di Giovanni, Vincenzo Cappello, ancora latitante, e i fratelli Girolamo e Antonino Asaro da Castellammare del Golfo. Ottenuti questi primi, significativi, risultati, le indagini proseguono alacremente in tutti i comuni a cavallo tra le province di Palermo e Trapani e viene arrestato anche tale Paolo Canella da San Cipirello.
Messi sotto torchio gli arrestati, i Carabinieri accertano che complici della rapina sono stati anche Rosario Giacopelli e Salvatore Candela, entrambi da Montelepre ed entrambi latitanti, i quali hanno provveduto alla macellazione di una vaccina che fu mangiata il 17 settembre, e alla divisione delle bestie un poco per ciascuno.
Sembra tutto risolto quando, incaricato direttamente dal Direttore Generale della Polizia in Sicilia nonché Comandante del XII Corpo d’Armata, Generale Mirri, assume la direzione delle indagini il quarantatreenne Delegato di P.S. Mauro Gherghi, marchigiano di Montesperto, già messosi in luce per altre operazioni contro i furti di bestiame, che porta nuova linfa alle indagini per scoprire il o i mandanti della rapina. La sua attività è frenetica e riceve alcune confidenze molto interessanti. Una di queste soffiate lo porta, il 10 ottobre, a Piana dei Greci dove nel fondo Dingoli di proprietà del signor Salvatore, don Totò, Di Gristina sequestra sette animali. Il signor Di Gristina però non c’è, si trova nel feudo Cammuca in territorio di Monreale dove risiede di solito. I due bovari che custodiscono la mandria gli riferiscono che il padrone, il 18 settembre, ha ordinato loro di portare i 7 animali da Cammuca a Dingoli e Gherghi comincia a sospettare che ci sia sotto qualcosa di losco. Il Delegato va a trovare don Totò per farsi spiegare come mai abbia del bestiame rubato e Di Gristina gli risponde di averli comprati da Gioacchino Polizzi, Paolo Cannella e Vincenzo Pisciotta senza dubitare che fossero rubati perché del prezzo pattuito di £ 1.100, ne versò solo 800 come acconto; le restanti 300 lire le avrebbe versate solo quando Polizzi gli avrebbe portato la bolletta di rivela degli animali, cosa che ancora non è avvenuta.
Poi Gherghi scopre che altri due animali sono in una delle proprietà del possidente Antonino Polizzi da Borgetto. Polizzi sostiene di non saperne niente perché degli animali se ne occupa suo figlio Francesco che abita nel feudo Guastella e gli assicura che si sarebbe informato direttamente dal figlio e se i due animali che portano il marchio di Calcara fossero in uno dei suoi fondi, li avrebbe consegnati immediatamente. Un paio di giorni dopo, da perfetto gentiluomo, Polizzi indica a Gherghi il fondo dove pascolano le due vacche e rivela che gli animali sono stati venduti al figlio da Giuseppe Di Gristina, figlio maggiore di don Totò, per 357 lire, di cui ne sono state versate solo 100, in attesa di saldare il resto dopo aver avuto la solita bolletta di rileva degli animali.
Qualcosa non quadra: come mai Di Gristina ha dichiarato di avere comprato solo le 7 vacche trovate nella sua proprietà e adesso si scopre che ne aveva altre due? A questa domanda Gherghi risponde: non v’è più dubbio alcuno sulla di lui complicità nella rapina, tantopiù che ieri, approfittando della nostra assenza da Partinico, si permetteva, almeno così s’è dovuto ritenere, mandarci in dono da uno sconosciuto caci ed altro che furono sdegnosamente rifiutati. Scatta la denuncia ma quando Gherghi lo va ad arrestare, Di Gristina è scomparso dalla circolazione.
La decisione di arrestare Di Gristina forse fa capire a chi deve capire che il Delegato fa sul serio e accade un’altra cosa strana: Gherghi va a Montelepre per rintracciare e arrestare Salvatore Candela e Carlo Giacopelli ma trova solo il primo che gli fa una bizzarra proposta: gli animali che sono nella sua disponibilità in cambio dell’impunità e aggiunge che anche Giacopelli è pronto a consegnarsi alla stessa condizione. Il Delegato finge di acconsentire e la stessa sera del 16 ottobre in contrada Nucilla di Partinico vengono ritrovati gli animali in questione, tra i quali una mula. Sicuro di farla franca, Candela torna a casa ma viene subito arrestato. Giacopelli invece temporeggia e, saputo dell’arresto del suo compare, resta uccel di bosco.
Gherghi non si ferma, è convinto che ci siano altre persone coinvolte nella rapina e continua a indagare. Un suo onestissimo confidente gli rivela che i pregiudicati Giacomo Di Martino e Salvatore Riccobono, il latitante Carlo Giacopelli e l’impiegato comunale Vincenzo Cucinella, tutti di Montelepre, stanno progettando di staccare in detto comune bollette di proprietà per potere così eseguire la vendita degli animali depredati, tuttora tenuti nascosti, e farne perdere le tracce alla giustizia. Cucinella non è nuovo a questo giochetto perché gli è sempre riuscito facile essendo impiegato del Comune di Montelepre. Gherghi fa sequestrare il bollettario e, al numero 185, trova una ricevuta datata 29 settembre 1895 scritta di proprio pugno da Cucinella, intestata a tale Melchiorre Spica, suocero di Giacopelli, e controfirmata da Riccobono e Di Martino, relativa alla mula che Giacopelli aveva fatto ritrovare con la promessa dell’impunità. Non appena avvenuto tale sequestro, tutti detti individui si diedero da fare per porre rimedio alla faccenda, così Cucinella fa firmare una lettera al Sindaco di Montelepre con la quale si chiede la restituzione del bollettario ma Gherghi non restituisce un bel niente e i quattro compari, così assicura il solito confidente, progettano di scappare a Tunisi. Il Delegato fa arrestare l’impiegato e rintraccia Di Martino, ma degli altri due non c’è traccia, forse sono già al sicuro dall’altra parte del mare. Spica si dichiara innocente e mostra un biglietto scritto di proprio pugno da Salvatore Riccobono, zio di Cucinella, col quale chiede al nipote di porre rimedio alla cosa.
Passano alcuni mesi durante i quali si apre un’aspra battaglia legale tesa ad ottenere la libertà provvisoria di Vincenzo Cucinella ma senza esito perché l’impiegato resta in carcere. Poi, il 29 febbraio 1896, nel carcere di Trapani una guardia sequestra al detenuto Nicolò Inzerillo un pizzino scritto a matita su un pezzo di stoffa, che porta le firme di Gioacchino Polizzi e Giuseppe Pisciotta.
Carissimo Amico
La prego di antire ha parlare da Arasimo Giorrune e Calogero Lu Curto di andare tutti insieme dal Signor Rutina e farci conoscere di rigetta la sua dichiarazione che lui ha fatto. Perché noi non lo conosciamo, e dirci che dona un po di danaro alle nostre famiglie in condo e dirci chi mi mette l’avvocato.
Stamo tutti bene di salute, siamo tutti assieme lo salutiamo tutti.
La prego di incaricarsi in tutto
Mi dico il suo amico
Polizzi Gioacchino e Pisciotta Vincenzo
Gli investigatori cominciano a indagare sullo scritto ma, nella migliore delle ipotesi, ci vorrà del tempo per capire a chi era indirizzato, anche se i sospetti cadono su uno dei Di Gristina per il fatto che viene chiesto del denaro per le famiglie dei detenuti e per il pagamento degli avvocati. Nel frattempo Gherghi scopre che per le 7 vacche sequestrate a Di Gristina erano state rilasciate in Piana dei Greci le relative bollette in data 21 settembre u.s. Si reca sul posto, sequestra il bollettario e nota che al numero 66 era stata rilasciata una bolletta di proprietà per la vacca rossa a Di Gristina Salvatore, padre del Giuseppe e ciò in presentazione di altra bolletta datata da Corleone 1 giugno 1890 N. 517, bolletta che in quest’ufficio comunale non venne affatto conservata come suol farsi, ciò che fa ritenere sia stata fatta sparire da quell’impiegato comunale Bonnici Pasquale, incaricato del ramo, d’accordo col Di Gristina. Trova anche le altre bollette relative agli animali sequestrati e tutte sono palesemente irregolari, evidentemente compilate con la complicità dell’impiegato che viene arrestato, così come vengono arrestati Salvatore Di Gristina e il possidente Antonino Borgia che ha firmato le bollette come testimone, ma i due vengono subito scarcerati. I Carabinieri cercano anche l’altro firmatario, Giuseppe Grappo, ma è irreperibile essendo riuscito a emigrare in America. Viene arrestato anche un garzone di Di Gristina, tale Damiano Riolo, che ha presentato le bollette al Comune.
Indagando sulla rapina, Gherghi si imbatte in un’altra combriccola che opera tra Mezzojuso, Corleone e Prizzi e, relazionando al Procuratore del re di Palermo, non usa mezzi termini parlando di  associazione a delinquere finalizzata al furto e alla vendita di bestiame, giustificandone la provenienza con le false bollette datate da Castrogiovanni, delle quali i componenti la stessa erano provvisti. Tra le persone implicate nel traffico indica anche tale Mario Nicosia da Piana dei Greci, campiere nell’ex feudo Calciminia (Godrano), al servizio di Giuseppe Di Gristina, indicandolo come affiliato all’associazione Vanella Antonino e compagni e si assicura non essere estraneo ai molti furti verificatisi nel Mandamento di Mezzojuso. Da questo momento cominciano a essere recuperati, perché abbandonati in campagna, numerosi animali che vengono riconosciuti e restituiti ai legittimi proprietari, ma nello stesso tempo cominciano anche a fioccare le assoluzioni per insufficienza di prove nei confronti degli imputati di associazione a delinquere per i processi in corso da tempo [oltre a quello citato contro Vanella Antonino e compagni, ricordiamo anche quello contro Canzoneri Giuseppe e altri 34. nda]. E in questi anni dire Associazione a delinquere equivale a dire la parola che molti non vogliono pronunciare: Mafia.
Il marcio che Gherghi sta facendo emergere comincia a puzzare troppo e la puzza comincia a infastidire qualcuno che comincia a cautelarsi. Anche Gherghi comincia a cautelarsi perché comincia percepire strani segnali e teme per la propria vita, ma va per la sua strada e continua a indagare e battere campagne e paesi per recuperare gli animali mancanti e, soprattutto, per trovare prove che inchiodino i ricchissimi e potenti Di Gristina, da lui ritenuti i mandanti del furto; nello stesso tempo invia ai suoi superiori una riservata nella quale fa presente che, a suo giudizio, bisognerebbe fare in modo da togliere il processo alla Corte d’Assise di Trapani e farlo celebrare in continente.
In questa sua frenetica attività, il 24 maggio 1896 riceve una soffiata che vorrebbe il latitante Carlo Giacopelli a Montelepre per godersi la festa. Organizza subito una squadra e, intorno a mezzanotte, lo sorprende per strada e lo arresta nonostante un disperato tentativo di fuga. Ovviamente nega ogni cosa.
Il 9 giugno successivo a Palermo, in Via Crocefisso all’Albergheria, viene assicurato alla giustizia anche Salvatore Riccobono il quale, come d’obbligo, si dichiara innocente.
Gli elementi raccolti sono sufficienti per il Pubblico Ministero che il 26 luglio 1896 formula le richieste per gli imputati: rinvio a giudizio per tutti tranne che per Bonnici, Borgia e Grappo per i quali gli indizi sono ritenuti insufficienti. Nemmeno Vincenzo Cappello affronterà il processo perché muore a Marsala, piantonato in ospedale. Nello stesso documento il Pubblico Ministero chiede che venga concessa, nonostante il provato reato di favoreggiamento, la libertà provvisoria a Cucinella, Riccobono, Spica e Di Martino.
Finalmente, il 25 maggio 1897, la Sezione d’Accusa presso la Corte d’Appello di Palermo si pronuncia e accoglie la richiesta del Pubblico Ministero, ma Giuseppe Di Gristina, Girolamo Asaro e Gaetano Di Giovanni sono ancora latitanti.
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Sono le 19,30 del 29 settembre 1897 ed è una bella serata a Partinico. Mauro Gherghi esce per andare in ufficio a sbrigare alcune faccende. Si ferma sul portone, appende il bastone animato all’avambraccio sinistro, tira fuori un sigaro, lo accende e si fa piacevolmente avvolgere da una nuvoletta di fumo azzurrognolo. Appesa alla cintura ha la sua rivoltella d’ordinanza. All’angolo dell’edificio due contadini, uno dei quali ha una grossa roncola, parlottano tra di loro. Altre persone camminano lungo la strada; Gherghi attraversa la strada seguito a breve distanza dai due che affrettano l’andatura e gli sono alle spalle. Il Delegato non ha nemmeno il tempo di girarsi per capire cosa sia quel rumore di passi affrettati, che un tremendo colpo di roncola alla nuca gli frantuma le ossa della testa e cade incosciente a terra. Proprio in questo momento la moglie e i due figli del poliziotto si affacciano alla finestra e vedono la scena: urlano disperatamente per chiamare al soccorso ma non si avvicina nessuno. L’altro uomo ha una rivoltella in mano e spara tre colpi alle spalle di Gherghi, poi gli avvicina l’arma all’orecchio destro, fa fuoco di nuovo e, insieme all’altro sicario si allontana indisturbato. Si, il marcio che ha portato a galla il Delegato di P.S. ha dato fastidio a qualche persona importante. La prova non è l’assassinio del poliziotto in sé, quanto quel colpo sparato all’orecchio: ha sentito troppe confidenze pericolose, ecco perché è morto ammazzato a quarantacinque anni. Chi vuole capire, chi deve capire, capisca. Questo è il terribile messaggio che porta quel cadavere martoriato, steso bocconi sulla strada polverosa.
Nella notte vengono fermate una sessantina di persone ma le indagini non portano da nessuna parte. Certo, è lecito sospettare che ad ordinare l’omicidio sia stata qualche persona importante tirata dentro l’inchiesta che conduceva il Delegato. Si comincia a sospettare che dietro l’omicidio possa esserci la famiglia Di Gristina. In particolare il minore dei figli di don Totò, Francesco Paolo, potrebbe addirittura essere stato uno dei due sicari o, quantomeno, essere stato presente sul posto al momento dell’omicidio. Ma le prove? Si vedrà.
Piuttosto, adesso cominciano a gracchiare i corvi sui metodi di indagine di Gherghi: forse qualche verbale contraffatto ad arte per coinvolgere questo o quello. Saranno le indagini a scoprirlo.
Nonostante tutto, la Giustizia deve fare il suo corso e quando tutto sembra pronto per iniziare il dibattimento, all’inizio del 1898 viene recapitato un voluminoso plico riservato alla Procura Generale del re di Palermo, proveniente da New York, contenente un esposto anonimo contro Salvatore, don Totò, Di Gristina e parecchi altri documenti che sembrano estranei al processo. L’anonimo dice di essere di Piana dei Greci dove vivono i suoi genitori vecchi e languenti nella miseria. Dice di essere stato un dipendente di don Totò Di Gristina, si autoaccusa di essere stato uno dei partecipanti alla rapina del 15 settembre 1895 ai danni di Filippo Calcara e per questo costretto a emigrare in America per tema di capitare nelle mani della giustizia. Dice ancora di essere stato dal Di Gristina ammaestrato nella via del delitto e per questo lo denuncia come mandante della rapina e di altri delitti contro la proprietà. Poi aggiunge che Di Gristina, visto che la giustizia era sulle sue tracce, si è sbarazzato di molti altri animali rubati, mandandone alcuni nel bosco della Ficuzza col mezzo del suo fido Mario Nicosia, campiere dell’ex feudo Calciminia presso Mezzojuso ed altri li ha abbandonati, tanto che una mula di manto morello, rubata in territorio di Messina, si è trovata dietro la sua stalla in Piana dei Greci ed ivi data in commenda ed una giumenta, rubata in territorio di Scicli, è stata mandata al Nicosia e quivi trovata da quel Pretore.
Gli inquirenti si formano la convinzione che, come aveva già intuito il Delegato Gherghi, ci sono indizi gravissimi nei confronti di Salvatore Di Gristina per ritenerlo organizzatore della rapina degli animali e a carico del suo fido Mario Nicosia quale suo favoreggiatore, così viene disposto l’arresto per don Totò,  sparito nel nulla come suo figlio Giuseppe, e l’ordine di comparizione per Nicosia.  
Poi, il 2 aprile 1898, la Questura di Palermo organizza un servizio su vasta scala per arrestare i due Di Gristina. Che sia arrivata una soffiata? Vengono controllate tutte le residenze sparse nelle proprietà di campagna, i casolari, le case dei dipendenti più fidati ma di loro non c’è traccia. Eppure la Polizia è sicura che i due si nascondano in una delle loro residenze. I telegrammi con “esito negativo” arrivano uno dietro l’altro durante tutta la mattina e comincia a serpeggiare la delusione. Poi il Delegato Francesco Gaipa, scorrendo l’elenco delle località da controllare nota che manca la residenza cittadina dei Di Gristina, così con una squadra si precipita in via Bosco 44. In casa ci sono solo la signora Maria Musacchia in Di Gristina e una domestica, ma il Delegato fa eseguire una minuziosa perquisizione. Vengono aperti armadi, cassepanche e ogni altra cosa nella quale un essere umano potrebbe nascondersi ma non trovano nessuno. Poi un agente nota in un camerino una botola chiusa da alquanti mattoni murati su una tavola; alzatala dopo aver fatto leva con una daga si è penetrati in un mezzanino dissimulato che trae aria e luce da una feritoja ove appunto si rifugiavano i predetti due catturandi. Tombola!
Il 15 dicembre 1898 il Procuratore Generale del re di Palermo chiede alla Sezione d’Accusa di dichiarare chiusa l’istruttoria nei confronti di Salvatore Di Gristina e Mario Nicosia e motiva così la richiesta di non luogo a procedere: Poiché comunque le circostanze affermate nel detto anonimo a carico dei due prevenuti trovino un certo riscontro, non solo negli atti processuali già rinviati al giudizio della Corte di Assise di Trapani, ma anche in questa istruttoria e nelle non esaurienti discolpe di Salvatore Di Gristina, pure da tutti questi elementi non sorgono indizi bastanti a rafforzare quello che scaturisce dalla suesposta chiamata di correo contenuta nell’anonimo, la cui provenienza è pur troppo risultata sospetta dopo lo sviluppo delle indagini generiche e specifiche accuratamente svolte dall’Egregio Sig. Consigliere Delegato della Sezione d’Accusa.
La Sezione d’Accusa avalla questa tesi e i due imputati vengono prosciolti.
Adesso il dibattimento davanti alla Corte di Assise di Trapani può cominciare e subito ci si accorge di qualcosa di inaudito: i sigilli ai tre fucili sequestrati all’imputato Antonino Asaro sembrano essere stati manomessi. Le armi vengono comunque mostrate al teste Luigi Fici, al quale venne sottratta una carabina durante la rapina, che non riconosce in nessuno dei tre fucili il suo. Le armi non vengono riconosciute nemmeno dagli Agenti di P.S. e dai Carabinieri e nessuno è in grado di stabilire chi abbia materialmente redatto il verbale di sequestro. Asaro sostiene con forza che quelle sono le armi che il Delegato Gherghi gli sequestrò. Luigi Fici, per rafforzare la sua dichiarazione, riferisce che la carabina da lui riconosciuta gli fu mostrata da Gherghi a Partinico quando era già buio e di giorno in Pretura a Salemi, ma quella che gli stanno mostrando non è la sua carabina. Ci vuole una indagine suppletiva e il processo viene rinviato a nuovo ruolo.
Nella nuova indagine per stabilire la natura delle armi presenti tra i reperti, nascono dei dubbi sulla veridicità dei rapporti che portano la firma di Gherghi. Fanno parte degli atti processuali diversi verbali redatti nell’ottobre 1895 in Partinico e che portano la firma del defunto Sig. Mauro Gherghi, Delegato di Pubblica Sicurezza e del Brigadiere delle Guardie di Città Benigno Luigi. Or io prego la S.V. d’indagare e farmi conoscere le generalità dello scrivano di cui il Delegato suddetto nell’accennata epoca servivasi costà per la compilazione di detti verbali, scrive a tutti i Delegati di P.S. il Giudice Giuseppe Strinati che conduce le indagini.
Il defunto Gherghi Mauro tenne come scrivano la Guardia di Città Marrocco Giuseppe, il quale ora trovasi presso la Questura di Palermo. Si serviva pure, per il disbrigo di affari d’ufficio, del figlio del Brigadiere Benigno, a nome Luigi, il quale trovasi domiciliato qui quale Guardia Campestre e presta servizio quale scritturale presso il Comando delle Guardie stesse. Non pare possibile che i verbali dei quali è parola siano stati scritti dai Carabinieri Reali, mentre è noto che il Gherghi era in attrito con essi, tanto che questi non firmarono i verbali, risponde l’ufficio di Pubblica Sicurezza di Partinico e questa versione è riportata pari pari anche nel verbale che i Carabinieri di Partinico inoltrano al Giudice Strinati.
Su queste basi e col fardello dell’omicidio Gherghi sulle spalle, secondo i giudici della Corte d’Assise di Trapani il dibattimento non può continuare e viene chiesto alla Suprema Corte di Cassazione di spostarlo in altra sede per legittima suspicione. La Corte, il 3 maggio 1899, vista anche la riservata di Gherghi, stabilisce che il dibattimento, riunito a quello per l’omicidio del Delegato, si terrà in continente, presso la Corte d’Assise di Cosenza, ma i timori che anche in continente il processo possa essere condizionato dalle influenze dei Di Gristina assillano la famiglia del Gherghi. Il fratello di questi, Ernesto, scrive da Nicastro, dove insegna, delle lettere appassionate al signor Calcara per convincerlo a costituirsi parte civile nella causa e ottiene il risultato sperato, ma questa mossa deve provocare gravi danni alla salute di Calcara perché, convocato dalla Corte, produce una serie infinita di certificati medici e richieste di non essere ascoltato, finché il Presidente non lo manda a prendere dai Carabinieri.
Il professor Gherghi ha pensato di aver messo in campo il meglio degli avvocati che vanterebbero potenti amicizie a Cosenza, ma non essendo è pratico della città non sa che gli imputati hanno nominato dei veri pezzi da novanta come il Senatore Nicola Serra e il Sindaco di Cosenza Luigi Fera, nonché il Presidente dell’Ordine degli Avvocati Ambrogio Arabia e l’Onorevole Francesco Alimena.
Senza altri indugi il 25 novembre 1899 inizia il dibattimento e viene subito emessa una sentenza di condanna in contumacia nei confronti dei tre imputati latitanti Gaetano Di Giovanni e Girolamo Asaro, responsabili di rapina a mano armata, a 15 anni di reclusione più pene accessorie e Salvatore Riccobono, colpevole di favoreggiamento in detto reato, a 3 anni di reclusione.
Adesso si può cominciare per tutti gli altri imputati, che si dichiarano innocenti, ma le cose per quanto riguarda il furto di bestiame sono ben chiare e bisogna, invece, concentrarsi sull’omicidio Gherghi.
Interrogato Ernesto D’Ayala, Delegato di P.S. di San Giuseppe Jato, ammette di aver ricevuto da parte della famiglia Di Gristina, tramite il signor Giuseppe Termine, l’offerta di 6.000 lire come senso di riconoscimento, un fiore, per il contegno da noi [lui e Gherghi] tenuto in occasione del sequestro degli animali rubati, ma D’Ayala sembra confuso, contraddittorio, quasi reticente e il Presidente è costretto a richiamarlo più volte. Se è vero ciò che afferma D’Ayala, anche Gherghi avrebbe ricevuto la stessa offerta. Il Delegato di Castelvetrano Nunziante Cornetta, giura che dopo il sequestro degli animali a Giuseppe Di Gristina, una sua fonte confidenziale gli rivelò che qualcuno della famiglia Di Gristina aveva offerto £ 6000 al Delegato Gherghi per togliere dal processo il Giuseppe Di Gristina. Cornetta telegrafò subito a Gherghi per riferirgli questa notizia e il collega in un incontro successivo la confermò come vera e aggiunse di averla sdegnosamente rifiutata, come allo stesso modo, in un’altra occasione, rifiutò un carro di complimenti.
Nella gabbia degli imputati siede anche un certo Giuseppe Castronuovo, che non è imputato per il furto di animali, bensì è sospettato di essere uno dei due sicari del delegato Mauro Gherghi. Quando Adele Pierluca vedova Gherghi siede sul banco dei testimoni, lo cerca con lo sguardo prima di rispondere alle domande del Presidente sull’uccisione di suo marito
- La mia ferma convinzione fu, non appena il fatto si verificò e tuttavia perdura in me come in tutta Partinico, che Salvatore Di Gristina e i suoi figliuoli furono quelli che fecero assassinare l’infelice mio marito e ciò anche perché il detto Salvatore Di Gristina due giorni dopo gironzava per le vicinanze della mia casa in Partinico, onde appurare tutto ciò che si diceva, come mi venne assicurato dall’allora Brigadiere Luigi Benigno. I Di Gristina sono capacissimi a far commettere reati come quelli di cui è processo perché sono maffiosi e, temendo che mio marito colla sua deposizione innanzi la giustizia di Trapani avesse confermato tutte le circostanze consacrate nei suoi verbali contro del Giuseppe Di Gristina, lo fecero ammazzare per tanto evitare
- Siete a conoscenza di offerte di denaro a vostro marito?
- Per quanto ne sappia, solo una volta in San Giuseppe Jato fu fatta l’offerta delle lire 6000 a mio marito
- Sapete se vostro marito aveva ricevuto minacce di morte da parte dei Di Gristina?
- Mio marito non mi confidò mai di essere stato minacciato direttamente od indirettamente dai Di Gristina, ma sapendo la loro potenza, temeva lo avessero fatto ammazzare
La vedova Gherghi viene licenziata e il Presidente fa accompagnare davanti al banco dei giurati l’accusato Castronuovo perché possano osservarne i connotati, poi fa entrare il figlio tredicenne del Delegato. Può testimoniare, ma in quanto minorenne non può prestare giuramento
- Appena consumato l’omicidio fu ferma convinzione, e nella mia famiglia e nel pubblico di Partinico, che autori morali erano stati i Di Gristina e questa persuasione è perdurata sempre e tuttora perdura
- Guarda bene gli imputati e dimmi se tra di loro riconosci uno degli assassini di tuo padre – gli fa il Presidente. Giuseppe guarda con attenzione e indica Castronuovo
- È quello. Era il più alto dei due… – dice
Viene sentita anche Aida Gherghi, la ventenne figlia del Delegato, la quale conferma i sospetti e aggiunge
- Mio padre temeva molto dei detti Di Gristina per essere prepotenti, maffiosi e che se si fosse fatta la causa in Trapani temeva sempre della sua vita… i Di Gristina sono molto ricchi e dispongono di milioni
Il Presidente, in virtù di queste accuse, ritiene opportuno interrogare di nuovo il Delegato D’Ayala e gli chiede
- In seguito all’uccisione di Gherghi, avete fatto indagini sui Di Gristina per sapere della potenza degli stessi, della loro importanza, del se erano maffiosi o meno e se capaci di far consumare la uccisione del Gherghi?
- Non sono stato incaricato si svolgere queste indagini, che del resto non avrei potuto fare perché la famiglia Di Gristina non apparteneva alla mia giurisdizione, sebbene San Giuseppe Jato fosse un comune dipendente dalla Pretura di Piana dei Greci e pure spesso mi portavo in quella Pretura  non ebbi occasione di conoscere la famiglia Di Gristina e quindi nulla conosco
Che D’Ayala sia reticente è palese: come fa a dire che non conosce i Di Gristina se nel primo interrogatorio aveva ammesso di aver ricevuto l’offerta di 6.000 lire da un loro emissario? Bisogna approfondire questo aspetto che potrebbe risultare decisivo per accertare tante responsabilità. Viene quindi chiamato sul banco dei testimoni il Commissario Cesare Ballante, all’epoca dei fatti Ispettore al Molo Orientale di Palermo
- Oltre a quello che mi riferirono alcuni agenti della forza pubblica e i familiari di Gherghi sul conto dei Di Gristina e che è emerso anche in quest’Aula, non posso dire altro perché stetti solo tre giorni a Partinico e non intesi dire nessuna cosa, né di bene, né di male sul conto dei Di Gristina, il cui nome mi era nuovo
Non è che anche il Commissario Ballante fa qualche giochetto? Il Presidente gli legge i rapporti scritti dallo stesso Ballante che dicono tutt’altro e il Commissario è costretto ad ammettere
- Dalle indagini fatte mi risultò, per referti avuti, che il Di Gristina Giuseppe aveva relazioni nella maffia e se ne serviva per trar profitto dai furti di abigeo che si consumavano, acquistando gli animali rubati per pochi centesimi – poi, con uno scatto d’orgoglio, si lascia andare e lancia pesanti accuse alla classe dei proprietari terrieri –. In Sicilia non potrebbero deplorarsi i reati di abigeo con tanta frequenza e senza che però si riesca ad aver traccia degli animali rubati, quantunque numerosi, se non vi fossero dei ricchi proprietari di animali che esercitano l’industria di riceversi gli animali rubati e di mischiarli nelle loro mandrie. Mi pare che la famiglia Di Gristina non sia divisa, agiscono l’industria in comune e quindi le indagini da me cennate si riferiscono a tutta la famiglia
- Siete a conoscenza del ruolo del Delegato D’Ayala in tutta questa faccenda?
- Il Delegato D’Ayala, dopo scoperto che uno dei complicati nella rapina era stato Giuseppe Di Gristina, nella sua qualità di funzionario di P.S. avrebbe avuto l’obbligo di fare delle indagini anche da sua parte, indipendentemente da quello che faceva il Gherghi, sull’essere del Di Gristina, tanto più quando dal Di Gristina gli veniva offerto del denaro. Il non averlo fatto mi pare che rivela di non aver ben compiuto il suo dovere
- Che persona è D’Ayala?
- Il D’Ayala è di carattere un po’ leggero, adontossi perché il Gherghi fece delle operazioni sul suo territorio ed io dovetti interpormi perché tale dissidio , dannoso al servizio, finisse. Corse voce che aveva contratto delle obbligazioni in San Giuseppe Jato, ma tali voci non ebbero seguito, né io potetti approfondirle perché lasciai Palermo. Egli spendeva più di ciò che poteva tanto lui che l’estinto Delegato Gherghi avrebbero avuto l’obbligo di verbalizzare il tentativo di corruzione
Nessuna meraviglia. Che la corruzione nella Pubblica Sicurezza siciliana sia un problema drammatico è noto da molti anni come racconta Napoleone Colajanni nel suo “Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause” (Palermo 1895).
Adesso a sedersi sul banco dei testimoni è il Tenente dei Carabinieri Emmanuele Sciortino che si occupò delle prime indagini sull’omicidio di Gherghi
- In Partinico varii dovettero essere gli spettatori del luttuoso avvenimento, ma nessuno volle parlare non ostante si fossero fatti degli arresti e gli arrestati poi vennero prosciolti dall’Autorità Giudiziaria. Ciò non è nuovo in quel paese perché si ha per sistema di non mai rivelare alla Giustizia ciò che si conosce o si vede. È questa la ragione per la quale non si può sapere alcuna cosa dalla pubblica opinione, la quale opinione, del resto, fu fatta dagli Agenti della Forza Pubblica sui Di Gristina per i precedenti che vi erano stati tra essi e il Delegato Gherghi. Aggiungo che a seguito della uccisione del Gherghi, mi recai in Piana dei Greci per assumere notizie sui Di Gristina, ove potetti solo acclarare che salvatore Di Gristina era figlio naturale di un certo Petta Di Gristina, da cui aveva ereditato un ricco patrimonio, proveniente per lo più dalla ricezione di animali furtivi
- In Partinico vi è il motto di ordine, così detto Omertà, che vuol dire che qualunque reato si verifica, specialmente se grave, nessuno deve parlare – racconta il Segretario Comunale di Partinico, Simone Mancuso –. Intesi dire che Giuseppe Poma Pintacuda [un vicino di casa di Gherghi dove venne portata la famiglia immediatamente dopo l’omicidio] portò l’indice sulla bocca onde nulla far palesare a quelli che accorsero in casa sua
Poi vengono interrogati una serie di testimoni a carico e a discarico di Francesco Paolo Di Gristina e tutti modificano le dichiarazioni rese in fase istruttoria, costringendo il Presidente ad ammonirli più volte di rispettare il vincolo del giuramento, ma i testi si mostrano decisi a sostenere le nuove dichiarazioni tutte in favore dell’imputato e il presidente fa arrestare in aula 7 testimoni che hanno stravolto le proprie dichiarazioni. Altri testi vengono fatti mettere in disparte e fatti sorvegliare dai Carabinieri in attesa di chiarire le singole posizioni; due di questi spariscono misteriosamente da Cosenza per due giorni lasciando in albergo i propri bagagli.
Pare anche che ci sia una misteriosa epidemia che colpisce i testimoni e questo non è affatto un buon segno, così la Corte osserva che poco attendibili sono i certificati di malattia relativi a 11 testimoni e dispone che ad accertare la veridicità delle malattie debba essere un Maggiore Medico di Palermo con la presenza di un Giudice Istruttore e qualora tutti o parte siano in grado di venire in questa Città e deporre, se ne ordini lo accompagnamento a mezzo della forza pubblica, qualora non prescelgano di mettersi in viaggio volontariamente.
C’è, adesso il fondato rischio che il processo si tramuti in farsa. Proprio per scongiurare questo rischio, il Pubblico Ministero ritiene che, stante i procedimenti a carico di molti testimoni, l’assenza di altri testi importanti a cui non si può rinunziare, è necessario che la causa sia rinviata a nuovo ruolo. Le parti civili si associano alla richiesta ma le difese si oppongono visto che ormai si è sul punto di arrivare a sentenza e le cose sembrano essersi messe bene per molti degli imputati.
La Corte, poiché tale richiesta trova serio fondamento nel disposto procedimento per falso e reticenza, rinvia la causa concernenti i processi relativi alla rapina Calcara, al furto De Maria ed all’omicidio Gherghi, già riuniti per intima connessità, a nuovo ruolo. È il 29 dicembre 1899. È una scelta scellerata. Nei primi giorni dell’anno nuovo gli atti vengono trasmessi al Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo per le ulteriori decisioni in merito.
Intanto inizia il processo che vede alla sbarra i 7 falsi testimoni, tutti difesi dall’avvocato Luigi Fera. Il 30 aprile 1900 vengono tutti condannati a 2 anni di reclusione ciascuno per falsa testimonianza resa in dicembre 1899 davanti la Corte d’Assise di Cosenza, nel dibattimento per delitto a carico di Giuseppe Di Gristina e Francesco Paolo Di Gristina ed altri e propongono subito appello.
A Palermo la Corte d’Appello decide che il processo per la rapina ai danni del signor Calcara debba continuare a Cosenza, ma il processo per l’omicidio Gherghi viene stralciato in attesa che si definisca il ricorso in appello.
È il mese di giugno del 1901[1] quando gli imputati di rapina sono di nuovo in aula, proprio mentre a Cosenza cominciano a fioccare gli arresti per una pericolosa associazione a delinquere denominata “la Mala Vita” che terrorizza la città[2].
Il 29 luglio successivo la Corte condannerà Francesco Rubino, Gioacchino Polizzi e Vincenzo Pisciotta, ritenuti colpevoli di rapina aggravata e furto in concorso tra di loro, ciascuno alla pena complessiva di 6 anni e 4 mesi di reclusione, più 3 anni di vigilanza speciale; Paolo Cannella, Antonio Asaro, Carlo Giacopelli, Salvatore Candela e Giuseppe Sciara, colpevoli di sciente acquisto e ricettazione, nonché d’intromissione a fare acquistare o ricevere animali provenienti da sottrazione, ciascuno alla pena di 3 anni e 10 mesi di reclusione, alla multa di £ 2.500 e a 3 anni di vigilanza speciale. [3]
Il ricorso presentato in appello dai falsi testimoni viene rigettato il 15 novembre 1901 dalla Corte d’Appello di Catanzaro la quale rinvia la causa ai primi giudici per la esecuzione.
Adesso che per la Giustizia è confermato che quei sette hanno cercato di favorire i Di Gristina e Castronuovo, non dovrebbero esserci più ostacoli per ricominciare anche questo processo e arrivare alla loro condanna.
Ma dove si è tenuto il processo? A Cosenza no. A Palermo l’ho cercato ma è pressoché impossibile trovare qualsiasi atto processuale in assenza un indice. Sempre ammesso che il processo si sia effettivamente celebrato e celebrato a Palermo.
Questa storia si conclude con la speranza che la famiglia del Delegato Mauro Gherghi abbia ottenuto giustizia, con la speranza di riuscire a far emergere dall’oblio questo delitto di mafia, avvenuto dodici anni prima dell’omicidio di Joe Petrosino, e rendere onore a Mauro Gherghi.
Infine, agli atti della Camera dei Deputati risultano, tra il 1898 e il 1900, tre proposte del Governo per assegnare una pensione alla famiglia del Delegato Gherghi[4].




[1] ASCS, Processi Penali.
[2] Cfr. Francesco Caravetta, GUAGLIUNI I MALA VITA, Cosenza 2012.
[3] ASCS, Corte d’Assise di Cosenza, Sentenze 1901.
[4] archivio.camera.it

martedì 29 agosto 2017

LA VOGLIA DI MORIRE

Quando il quarantasettenne Giorgio Meringolo si alza dal letto la mattina del 29 aprile 1918, sua moglie Domenica si accorge subito che sta peggio del solito. Si, perché sono ormai sette mesi che l’uomo non esce di casa dal momento che non si sente bene, è debole, irascibile e sente sempre freddo ma nessuno riesce a capire di cosa si tratti, se non azzardare che l’unica cosa che non va in Giorgio è la sua testa. Nevrastenia, dicono.
Giorgio, lo sguardo allucinato, comincia a pronunciare parole e frasi sconnesse, senza senso. Poi si avvicina al tavolino dove sono appoggiati degli attrezzi e mentre la moglie lo osserva preoccupata, afferra un coltello e comincia a tagliuzzarsi la pelle dell’addome urlando
- Mi ammazzo! Voglio morire!
Domenica gli si lancia addosso per cercare di fermarlo ma suo marito è troppo forte per lei, così comincia a gridare al soccorso con quanto fiato ha in gola. Maria Pignatelli, che abita nella casa attigua, sapendo delle condizioni di Giorgio, suo cognato, si precipita a vedere cosa sta accadendo e trova i due avvinghiati in una lotta disperata. Comincia a urlare anche lei e la sua voce distrae l’uomo dal suo proposito perché sembra calmarsi di botto. La guarda, lascia il coltello nelle mani della moglie, le sorride con una specie di ghigno da far gelare il sangue nelle vene e poi come un fulmine afferra la zappa appoggiata a un muro e la colpisce in testa col dorso dell’attrezzo. Per fortuna, vuoi per la prontezza di riflessi della donna e vuoi per la leggerezza del colpo, il risultato è solo un bozzo, doloroso, ma niente di più.
Poi, allarmata, arriva anche Nunziata Meringolo, la sorella di Giorgio che viene accolta con parole irruenti e con dei colpi della medesima zappa, anche questi senza conseguenze gravi.
L’uomo ha la zappa ancora in mano, sbuffa come un toro e continua a pronunciare frasi senza senso; sua moglie scappa terrorizzata pensando che i prossimi colpi possano essere diretti a lei; le altre due donne, doloranti, riescono anche loro a tagliare la corda e Giorgio resta da solo in casa, ormai calmo e lontano dal suo proposito suicida. Anche la sua testa sembra essere tornata a posto e le parole che gli escono dalla bocca sono tornate ad essere sensate, così la moglie pensa di poterlo lasciare e andare a lavorare nell’orto.
Verso le 11,00 Giorgio decide di prendere, finalmente, una boccata d’aria ed esce sull’aia. Vede suo cognato, Gaetano Ferraro, che sta guardando qualcosa nel porcile e gli si avvicina tranquillamente con la zappa in mano.
- Dovresti mettere delle foglie nel porcile per coprire la merda… adesso comincia il caldo e in casa sale una puzza che non si può resistere – gli dice Gaetano Ferraro
Giorgio nemmeno risponde. Quasi con indifferenza fa un mezzo giro su sé stesso e si trova faccia a faccia con suo cognato. All’improvviso afferra la zappa con tutte e due le mani, la alza sopra la testa e la abbatte col dorso sulla testa di Gaetano il quale, colpito all’occipite, fece pochi passi indietro e cadde esanime dietro la casa sua e cioè un 10 metri dal luogo in cui fu colpito; ivi rimase agonizzante e verso le 15 spirò.
I Carabinieri e il Pretore di Acri arrivano in contrada Guglielmo dopo un paio di ore e trovano il cadavere di Ferraro nel punto in cui cadde ferito. Giorgio Meringolo è poco distante ancora con la zappa in mano ma è calmo e si lascia disarmare e mettere i ferri senza opporre resistenza
- Menai col dorso della zappulla mia cognata e mia sorella perché costoro vennero a casa mia. Non devo essere padrone di stare solo? Non io andai da loro, ma esse vennero da me…
- Perché avete ucciso vostro cognato? – gli chiede il Pretore
- Non l’ho ucciso io a Gaetano Ferraro. Lui molestava il mio cignaru [maiale NdA] ed il cignaru colla zappa lo ha ammazzato
- Ma che state dicendo? Ma quale maiale d’Egitto! Parlate e dite la verità!
- Non l’ho detto che non sono stato io ad uccidere Gaetano Ferraro? È stato il cignaru che, molestato, è uscito dalla zimba [porcile NdA] e lo ha percosso colla zappa
- È vero che tre anni fa siete stato condannato in seguito a una querela per ingiurie fattavi proprio dal Ferraro? È vero che avevate un forte rancore nei suoi confronti?
- Io non ricordo nulla
- Ma che avete picchiato con la zappa vostra sorella e vostra cognata lo ricordate?
- Si
- Perché lo avete fatto? – gli chiede di nuovo il Pretore per cercare di capire se Giorgio Meringolo è davvero come mostra di essere o sta fingendo
- Ho picchiato mia sorella Nunziata e mia cognata Maria perché erano venute a casa mia. Oh! Che io non sono padrone di stare libero nella mia casa e di non essere molestato da chicchessia?
- Balle! Voi avete picchiato vostra sorella perché suo figlio due mesi fa vi aveva ucciso una gallina
- Non ricordo nulla
 - E avete picchiato vostra cognata perché suo marito, cioè vostro fratello, vi aveva convinto a dargli un pezzetto di terra che avete ereditato da vostra madre e pensavate che vi avesse fregato
- La terra se la pigli colui al quale toccherà. Non so niente, io
- Portatelo via – ordina il Pretore guardando sconsolato il Maresciallo. Poi, rimasti soli, continua – credo che non ci siano dubbi… è davvero pazzo. Scriverò al Giudice Istruttore per chiedere che sia ricoverato in manicomio per fargli la perizia – il Maresciallo annuisce e in men che non si dica il fascicolo arriva sul tavolo dei giudici del Tribunale di Cosenza, dal quale parte subito la richiesta di ricovero e perizia psichiatrica. Nell’attesa delle necessarie autorizzazioni, l’assassino viene trasferito nel carcere del capoluogo, ma durante il tragitto viene colpito da attacchi di nevrastenia e non fu possibile tradurlo che a cavallo perché non poteva reggersi in piedi, scrivono i Carabinieri nel loro rapporto.
L’11 luglio successivo Giorgio Meringolo entra nel manicomio giudiziario di Aversa dove i dottori Filippo Saporito ed Emanuele Mirabella lo sottopongono a perizia psichiatrica.
Annotano i periti: Il Meringolo, durante l’osservazione, è stato sempre ricoverato alla Infermeria dell’Istituto perché presentava un deperimento organico molto appariscente; il suo peso, che all’atto del ricovero nel manicomio era di Kg 52, in questi ultimi tempi è disceso a Kg. 44. I toni cardiaci sono molto deboli ed il secondo tono della mitrale e dell’aorta prettamente metallici. Il polso è piccolo, rado e talune volte presenta qualche intermittenza. Diverse volte il Meringolo ha presentato ostinata sitofobia, tanto che è stato necessario ricorrere all’alimentazione forzata. Il senso muscolare deve considerarsi anormale.
Il Meringolo, dal viso pallido, emaciato, dai capelli incolti al pari della barba, dall’aria stordita e trasognata, non risponde o risponde a stento alle più semplici domande che gli si rivolgono. Costante è stata in lui l’espressione dolorosa, non interrotta mai da un lampo di conforto e di tregua, bensì aggravata spesso da crisi di pianto e di rabbia, in corrispondenza delle quali il suo sguardo diventa bieco, corruga la fronte con contrazioni spasmodiche di tutti i muscoli del volto. Quando gli stimoli esterni od interni, produttori di tali crisi, sono di maggiore intensità, allora il corteo dei fenomeni diventa ancora più imponente: egli si scompone di più nel colorito del volto, nella mimica, negli atteggiamenti, nella ritmia del polso, la favella si fa balbuziente, le mani si raffreddano dando sudori profusi. Nell’opporre la più ostinata resistenza all’alimentazione artificiale, il Meringolo si chiude in un ostinato silenzio ed alle esortazioni che gli si rivolgono, con gli occhi stravolti ed iniettati di sangue, comincia a mugolare fra i denti: “Scannatemi, piuttosto scannatemi” o trincia con le mani segni di benedizione per l’aria per significare con ciò la sua intenzione di voler morire. Ogni qualvolta si è costretti alimentarlo è necessario anche infrenargli le mani per alquanto tempo giacché con esse tenta di provocarsi il vomito per rimettere quegli alimenti che gli sono stati forzatamente introdotti nello stomaco. Tali crisi di sitofobia, che hanno avuta una durata variabile da pochi giorni ad una settimana, insorte all’improvviso senza alcuna causa apparente, allo stesso modo si sono dileguate ed il soggetto ha ricominciato ad alimentarsi spontaneamente e con piacere. Ciò non ostante, l’idea di voler morire è immanente nella patologia del nostro soggetto ed è, può dirsi, la molla regolatrice di tutta la sua vita manicomiale, il che ha richiesto per lui una speciale, assidua ed intensa vigilanza. Sia che accarezzi la sua consueta smania di voler morire, sia che ceda al dolore per le sue sofferenze fisiche, sia che ricordi i figli, contrae i lineamenti, impallidisce ancora più dell’ordinario, irrigidisce tutta la persona, lo sguardo, contrariamente al solito, diventa scintillante e balbetta frasi incoerenti oppure ammutolisce del tutto guardando ad un punto fisso come se vedesse qualcosa. Talune volte, poi, ha delle vere crisi di terrore per le quali scoppia in pianto e fa segno come se qualcuno lo perseguiti e voglia fargli del male.
Un’altra nota importantissima appare ed è quella della inconsapevolezza di quanto egli commise. Pur essendogli stato contestato dalla Giustizia e da noi quanto egli commise, non si mostra affatto convinto di aver ferito la moglie, la sorella, la cognata e di aver ucciso il cognato Ferraro. Qualsiasi contestazione tendente a dimostrare l’assurdità delle sue affermazioni [Non sono stato io ad ucciderlo ma fu lui che andò a molestare ‘u cignaru miu e questo, con la zappulla, lo ammazzò NdA] è pel Meringolo priva di qualsiasi efficacia. Irremovibile nelle proprie convinzioni, con una testardaggine pari alla sua ignoranza, non cede nemmeno all’evidenza dei fatti od alla forza dei più stringenti argomenti, dimostrando con ciò la sua incapacità ad apprezzare convenientemente gli uni o ad essere suscettibile di modificazioni o di correttivi da parte degli altri; e per poco che si tenti di forzare la mano e cercare d’imporgli in un modo qualunque la verità dei fatti, si rischia di provocare una delle sue solite crisi d’iracondia, il che consiglia di smettere al più presto il tentativo.
Da quello che abbiamo esposto, il sostrato fondamentale del nostro soggetto deve ritenersi quello di un deficiente, sia per difetto di educazione e di cultura intellettuale, sia per difetto psichico originario. Questa personalità abituale del soggetto stesso, frequentemente e specie negli ultimi tempi, scompare, o meglio si eclissa sotto l’influsso di una nuova attività. Ed appunto è questa nuova personalità che a noi interessa perché si integra nelle crisi di cui sopra abbiamo parlato.
Secondo il nostro giudizio su queste crisi ci è poco da discutere perché dalle considerazioni obiettive e dalla osservazione clinica scaturisce che esse sono di natura epilettica. È da tutti risaputo ed è scientificamente provato che non occorre la classica convulsione motoria per ammettere il mal caduco, giacché questa può essere sostituita da fatti d’indole sensitiva, sensoriale motrice e psichica assai cospicui e di massimo interesse medico-legale. Riunendo tutto quanto ci è noto sulle manifestazioni morbose del nostro soggetto, questi fatti ci appaiono tutti come tante facce dello stesso prisma, rappresentato dall’epilessia.
Giunti per forza di cose a questa diagnosi clinica, per completare il nostro compito non ci resta che porci un solo quesito: Quale posto occupano i reati commessi dal Meringolo il mattino del 29 Aprile 1918 in mezzo a tanti fattori costitutivi della sua personalità? Sono essi atti della medesima natura epilettica o prescindono dalla grande nevrosi, come qualsiasi fenomeno di criminalità?
Se fosse lecito giudicare dei complessi fenomeni della psiche tenendo conto soltanto della loro apparente semplicità, l’origine dei delitti del Meringolo parrebbe riposta in incidenti che si direbbero quasi futili. Non possiamo, invero, come cause determinanti l’improvviso e cieco scoppio di violento furore le antiche, sopite, futilissime ragioni di risentimento che il Meringolo poteva avere contro i propri congiunti e che solo la diligente istruttoria del processo ha potuto far ritornare a galla.
Ora è da considerare che anche i fenomeni criminali ubbidiscono a determinate leggi; una certa logica regola anche i delinquenti comuni nel determinismo delle loro azioni antisociali, per cui il trovare cause così trascurabili produttive di effetti così disastrosi non ammette che due spiegazioni: il soggetto doveva essere un tipo efferatamente sanguinario, oppure nella determinazione volitiva ha dovuto interporsi un elemento nuovo, di natura evidentemente morbosa. Di queste due ipotesi la prima resta scartata da tutti i precedenti del soggetto e dai risultati delle nostre dirette osservazioni, onde non resta che la seconda, e l’elemento morboso perturbatore della volontà è facile riconoscerlo nella costituzione epilettica già assodata nel Meringolo che, come se nulla avesse mai commesso, se ne rimase fino al giorno appresso indifferente ed impassibile finché non venne arrestato dai Carabinieri. Un contegno simile è l’espressione più eloquente dell’incoscienza che, a sua volta, è una delle caratteristiche delle azioni epilettiche.
Il comportamento del Meringolo in quel giorno fatale altro non rappresenta che la riproduzione fedele del meccanismo di azione delle esplosioni psico-epilettiche.
I delitti del nostro soggetto si devono, pertanto, considerare come l’espressione di quegli atti riflessi che si sottraggono al dominio delle alte funzioni psichiche e non rappresentano altro che le conseguenze fatali e necessarie di dinamismi psichici per i quali, dato uno stimolo ne consegue di necessità una reazione proporzionata alla irritabilità ed alla tensione dell’organo recettore dello stimolo stesso e non alle qualità intrinseche di questo.
Siffatto meccanismo d’azione, prettamente morboso, è ovvio si sottragga del tutto alle alte funzioni psichiche della volontà e della condotta.
1°) Meringolo Giorgio da tempo anteriore ai delitti è affetto da epilessia con accessi psichici.
2°) Nel commettere i delitti pei quali trovasi imputato era in preda ad una crisi del suo male, per cui trovavasi in tale stato d’infermità di mente da escludere completamente la coscienza e la libertà delle sue azioni.
3°) La libertà del Meringolo deve considerarsi pericolosa per lui stesso e per gli altri.
È il 30 gennaio 1919 e la sorte dell’imputato è segnata: dovrà passare il resto dei suoi giorni all’interno di un manicomio giudiziario.
Ma i dottori Saporito e Mirabella non hanno nemmeno il tempo di far battere a macchina le 35 pagine di cui si compone la loro perizia, che il 31 gennaio alle ore 23,00 Giorgio Meringolo viene  colpito da una nuova, violenta crisi epilettica e, fisicamente prostrato dal reiterato rifiuto del cibo, muore.[1]
Ha ottenuto quello che sperava per sé: liberarsi dal mostro che lo torturava.






















[1] ASCS, Processi Penali.

lunedì 28 agosto 2017

STOFFA DI DELINQUENTE

La casa colonica del vedovo Pasquale Petrone è posta sulla sommità di una collinetta da cui si domina il fondo “Piantata di Filiberto” che fa parte delle proprietà del signor Francesco Trentacapilli, in contrada Mucone di Bisignano, di cui Petrone è fittavolo. La mattina del 4 luglio 1920, domenica, Pasquale va in paese con i figli Francesco, Annicella e Umile per partecipare alla messa, l’altro figlio Antonio conduce i buoi al pascolo e in casa restano i due minori, Luigi di 16 anni e Assunta di 10.
Luigi è seduto al tavolo della cucina e si sta esercitando a scrivere, mentre Assunta è seduta all’ombra davanti alla porta di casa con lo sguardo perso verso la campagna sottostante, quando la sua attenzione è risvegliata dalla vista di un paio di persone che si inoltrano tra i salici sulle rive del fiume Mucone
- Luì… Luigi… vedi che ci sono delle persone che stanno andando nei salici… – Assunta avvisa il fratello che si alza, prende un frustino di gelso ed esce di casa mentre risponde ruttando e passandosi una mano sullo stomaco
- Ho sete… i peperoni mi hanno messo la sete, vai all’acqua
Luigi si dirige verso il boschetto di salici e la sorellina va alla fontana che si trova dalla parte opposta. È l’ora del morsello, la merenda che solitamente si fa tra le 9,00 e le 10,00. Assunta torna a casa dopo quasi due ore perché d’estate scorre poca acqua e le persone in fila sono tante, ma Luigi non c’è e la bambina pensa che sia andato al pascolo a parlare con il fratello Antonio. Quando, però, questi rientra e le chiede di Luigi, lei gli racconta l’episodio della mattina. Antonio pensa subito che sia potuta accadere qualcosa e scende verso il boschetto a passo svelto, mentre Assunta lo osserva e lo vede entrare tra gli alberi. Poi un urlo straziante e la brezza di mezzogiorno che porta i singhiozzi di Antonio
- Malanova! Malanova!
Assunta spalanca la bocca. Non sa cosa pensare e non si accorge che alle sue spalle ci sono Annicella e Umile che la prende in braccio e si mette a correre verso il boschetto.
Antonio è in ginocchio che piange e si strappa i capelli. Bocconi accanto a lui c’è Luigi. Morto.
I Carabinieri vengono avvisati solo verso le sei del pomeriggio e accorrono più in fretta che possono. Riparato dal sole da rami freschi situati dalle persone accorse, trovano il cadavere del povero Luigi. È vicino a un roveto, un po’ piegato sul lato destro e col viso quasi affondato nella sabbia. Accanto al corpo ci sono un cappello nero, un fascetto di salici scorzati ed altri sciolti con la corteggia. A 4 metri all’ingiù del cadavere quattro bastoni, mentre uno intriso di sangue è vicino alla mano sinistra del cadavere.
Il Vicebrigadiere Annibale Mungo, comandante ad interim della stazione di Bisignano, lascia un carabiniere a piantonare il cadavere e comincia a indagare, in attesa che arrivino il Pretore e un medico.
Mungo si imbatte nella ventiduenne Angela Santoro la quale gli racconta di aver visto all’ora del morsello, mentre lavava i panni, due giovanotti che l’hanno presa in giro e poi si sono diretti verso il boschetto nella Piantata di Filiberto
- Sono ripassati dopo un’ora e mezza – continua la donna – e andavano di corsa. Uno aveva la camicia piena di sangue…
- Li hai riconosciuti?
- No, ma questa bambina che era con me sa come si chiama uno dei due… – dice indicando la dodicenne Caterina Prezioso
- Annunziato si chiama, ma il cognome non lo so…
Mungo pensa che quella sia una buona pista e se la bambina ha visto bene, il giovanotto non può che essere della zona. Quanti giovanotti ci sono in contrada Mucone che si chiamano Annunziato? Presto detto: uno solo. Il sedicenne Annunziato Mango.
Ma ormai è buio e il Vicebrigadiere rimanda tutto alla mattina successiva perché il Pretore non è ancora arrivato e quindi non ha l’autorizzazione ad effettuare l’arresto nottetempo.
Il 5 luglio, alle 8,00, va a casa del ragazzo e gli nota subito dei graffi sospetti sul viso, così decide di portarlo in caserma e torchiarlo per bene, ma Annunziato nega tutto. I graffi? Risalgono a quattro o cinque giorni prima, giura l’indiziato.
È ormai pomeriggio quando arrivano sul posto il Pretore di Acri e il dottor Francesco Boscarelli che, fatto portare la salma nella camera mortuaria del cimitero, denuda il cadavere e nota, delle grosse abrasioni a forma di falce sulle scapole, e diverse abrasioni sulle spalle e sulle gambe, prodotte facilmente da colpi di tallone con scarpe chiodate; ma è la ferita da punta e taglio nella regione dello sterno, penetrante in cavità, che ha sicuramente causato la morte di Luigi Petrone.
Il Vicebrigadiere torna in caserma col dottor Boscarelli e gli fa vedere i graffi sul viso di Annunziato che vengono giudicati molto superficiali ma recentissimi.
- Allora come la mettiamo? Come te li sei fatti quei graffi? – urla più volte Mungo al ragazzo che resiste e nega, ma dopo un po’ scoppia in lacrime e, singhiozzando, confessa
- Sono stato io…
- Racconta tutto per bene
- Ieri mattina verso le 6,00 io e il mio amico Francesco Mantovano, abitiamo vicini in contrada Rio Siccagnu, siamo andati a tagliare dei virgulti di salici per costruire cestini nei rinacchi (greto) del fiume. Dopo averne raccolto un mazzetto ciascuno, li scorticammo, indi ci avviammo per ritornare a casa. Passando però per il bosco del signor Trentacapilli ci fermammo un poco parlando a voce piuttosto alta per cercare altri ramoscelli di salice. Ne avevamo staccati alquanti, quando ci raggiunse Luigi Petrone, armato di un grosso e lungo palo di legno. Cominciò col rimproverarci perché ci eravamo recati nel suo fondo e ci eravamo impossessati dei salici che erano suoi e bisognavano a lui. Noi dapprima negammo, poi gli dichiarammo d’avere tagliato nel suo fondo quei pochi ramoscelli non ancora scorticati che tenevamo in mano; ma lui dicendo “qui non ci dovete più venire” dette uno scappellotto al mio compagno ed uno a me facendomi cadere a terra colle mani in avanti. il Mantovano non reagì perché aveva paura del Petrone, io invece mi risentii e protestai dicendogli di finirla e costui, di nuovo, mi fece cadere nel vicino roveto e così mi sono fatto i graffi…
- E poi?
- Mi rizzai adirato e, mentre lui stava per volgersi contro il Mantovano, forse per gettarlo pure nel roveto, mi feci davanti a lui col coltello a serramanico ed acuminato che avevo cavato dalla tasca del pantalone e lo ferii in pieno petto ed io, spaventato, me ne fuggii. Anche il mio compagno se ne fuggì dal lato opposto. Ci riunimmo, però, un po’ più in là e ritornammo insieme a casa
- Perché lo avete colpito a bastonate e lo avete preso a calci con scarpe chiodate? Non vi bastava averlo accoltellato?
- Non avevamo bastoni e non mi spiego come mai c’erano dei bastoni sul posto… non lo abbiamo nemmeno calpestato e né io né il mio compagno avevamo scarpe ai piedi… d’estate costumiamo andare scalzi
- Secondo il medico il coltello era a lama fissa perché un coltello a serramanico non avrebbe potuto rompere lo sterno e penetrare per circa sette centimetri nel torace, e c’è voluto un colpo violentissimo per fare tutto questo… tu che dici?
- Io avevo un coltello a serramanico lungo in tutto sette o otto centimetri che ho buttato ma non ricordo dove… io volevo ferire il Petrone ma non ucciderlo
Ovviamente anche il quattordicenne Francesco Mantovano viene arrestato e, seppure raccontando più o meno le stesse cose dell’amico riveli dei particolari interessanti, la sostanza delle dichiarazioni è del tutto identica a quella dell’amico, tanto da far nascere il sospetto di essersi col medesimo messo prima di accordo.
- “Perché siete venuti qui, chi vi ha dato il permesso? Lasciate i salici!” ci disse Petrone. Io che avevo paura di lui per la sua prepotenza mi dissi pronto a lasciargli anche i salici raccolti nei rinacchi. Mi dette uno schiaffo e poi se la prese con Annunziato e, afferratolo per il collo, lo buttò in un roveto facendolo cadere con la faccia in giù. Indi si fermò a guardarlo. Il Mango sostò alquanto tra le spine piangendo, poi uscì fuori e si collocò di rimpetto al Petrone tenendo gli occhi in giù ed alzandoli di tanto in tanto verso costui. Assunse un atteggiamento pensieroso e teneva le braccia distese e cadenti. L’altro lo guardava alquanto distratto, come se la cosa fosse finita, quando il Mango, ad un tratto, gli allungò un colpo di pugnale al petto
- Pugnale?
-Si, lo aveva in una tasca del pantalone. La punta, coperta da un pezzettino di canna, gli usciva fuori. Nell’atto in cui fu vibrato il colpo distinsi bene il pugnale, tagliente ai due lati ed acuminato, con lama lunga otto o nove centimetri e manico di legno più corto della lama
- Ne sei sicuro?
- Dico questo perché il manico era tutto compreso nel pugno di Annunziato. Lo stesso, alquanti giorni prima, mi aveva detto di avere fatto lui il manico del pugnale
- E dopo vibrato il colpo?
- Io, spaventato, me ne fuggii da una parte, il Mango dall’altra, inseguito per una quindicina di metri dal ferito, poi li perdetti di vista perché gli alberi mi impedivano di guardare. Dopo un quarto d’ora incontrai il Mango alla fontanella e mi disse che forse il ferito era morto e mi pregò di stare zitto e non raccontare l’accaduto ad alcuno. Piangeva. Io per lo spavento fui colto dalla febbre, rincasai e mi misi a letto
- Avevate le scarpe?
- No, eravamo scalzi… sono innocente, liberatemi… – termina piangendo
Il problema per i due giovanotti è che La bambina Caterina Prezioso giura di averli visti con le scarpe ai piedi e mantiene questa versione anche nei due confronti che le fanno sostenere con gli imputati. Di più c’è che il dodicenne Umile Pignataro e suo cugino Giuseppe, diciottenne, fermati con altri ragazzi nell’immediatezza del fatto, dicono di avere ascoltato con le proprie orecchie Annunziato Mango raccontare nella camera di sicurezza come sarebbero davvero andati i fatti: Voleva i salici, avrebbe detto Mango ai compagni di cella, ma né io né Mantovano glieli abbiamo voluti dare ed allora lui dette uno “scoppolo” al mio compagno e gettò me nello “specciale”. Mantovano gli dette tre palate di dietro e mentre Petrone stava per volgersi verso costui, io mi alzai e gli vibrai una coltellata al petto in preda alla rabbia, senza però volerlo ammazzare. Francesco non voleva che io ritornassi indietro, ma io per assicurarmi se il Petrone fosse morto o vivo, tornai tre volte indietro a menarlo per finirlo del tutto se no potevano arrestarmi
Le cose sembrano mettersi davvero male per i due.
L’avvocato Francesco D’Andrea, difensore di Mantovano, chiede al Procuratore del re un atto di umanità nei confronti del ragazzino che, a suo dire, non ha commesso alcun reato; egli è stato vittima della violenza del Petrone perché fu schiaffeggiato e percosso e per sottrarsi ad ulteriori maltrattamenti pensò bene a scappare. Chiedo un immediato provvedimento di scarcerazione. Mi permetto di far rilevare che il mio difeso non ha ancora compiuto i quindici anni e non ha in precedenza riportato alcuna condanna per delitto, onde in suo favore subito si può applicare la disposizione dell’art. 324 Cod.Proc. Pen. Disponendo che sia affidato al Sindaco di Bisignano o all’Istituto Vittorio Emanuele II in Cosenza. questa richiesta è però subordinata alla prima.
L’avvocato di parte civile Pietro Mancini, la pensa in modo diametralmente opposto: È uno – Petrone – che ha di fronte due; legati assieme dal malefatto, legati dalla sorpresa, legati dall’ira contro Petrone. Sono due compagni che si sono associati a rubare, che sono associati dagli eventi, che reagiscono contro il Petrone l’uno con un bastone, l’altro con pugnale e quindi non può l’uno scompagnarsi dall’altro. Vi è nelle precise linee morali e giuridiche la correità! Solo i ciechi non la vedono.
Quando dalla Procura di Cosenza viene chiesto il rinvio a giudizio per i due giovani imputati con l’accusa di correità in omicidio volontario e furto semplice, si ha subito il sentore che ci saranno dei problemi. Il Procuratore Generale di Catanzaro non ritiene credibili i cugini Pignataro e di conseguenza contro Francesco Mantovano non c’è niente e in più è un ragazzino, così chiede per lui il non luogo a procedere per il reato di correità in omicidio, mentre ne chiede il rinvio a giudizio per il furto semplice del valore stimato di 10 centesimi. Per Annunziato Mango non ci sono dubbi, è reo confesso.
Anche questa volta l’avvocato Mancini protesta duramente per quello che ritiene una lettura frettolosa, forse un malinteso segno d’indulgenza e si appella ai Giudici della Sezione d’Accusa ma questi concordano con l’impostazione della Procura Generale e prosciolgono Francesco Mantovano dall’accusa più grave.
Il 15 novembre 1922 la Corte d’Assise di Cosenza, accorda ad Annunziato Mango le attenuanti generiche e l’attenuante della provocazione non grave e, considerato che la pena da applicarsi per il reato di omicidio volontario nei confronti dei minori di anni 18 deve essere compresa tra i sei e i 12 anni di reclusione, stima giusto partire da sei anni, i quali ridotti di un terzo per la provocazione scenderanno ad anni quattro e poi ad anni tre e mesi quattro per le concesse attenuanti.
Per quanto riguarda il reato di furto semplice, che coinvolge anche Francesco Mantovano, la Corte ritiene che non ci sia stato reato e assolve entrambi gli imputati.[1]





[1] ASCS, Processi Penali.

venerdì 25 agosto 2017

IL BALLO DELLA MORTE

- Compà, come mai il patrigno e lo zio della sposa non hanno accettato il complimento del pranzo?
- Non sai niente? Pare che non erano favorevoli al matrimonio…
- Eppure stamattina al Municipio c’erano…
- Quello che conta è il pranzo, lo sai…
È il 23 aprile 1925 e a Grisolia si sta festeggiando il matrimonio di Antonio e Pasqualina. L’assenza del patrigno e dello zio della sposa fa discutere la ventina di invitati che sta mangiando in casa della madre dello sposo, la vedova Angela Basuino. Alle 14,00 il pranzo termina e gli invitati, tolti i tavolini dalla stanza, si mettono a ballare e cantare al suono di una zampogna, ma il divertimento dura poco: sulla porta di casa compaiono Giuseppe Pignata e Giovannino Rotondaro, rispettivamente patrigno e zio della sposa, che sembrano piuttosto ubriachi e cominciano a fare i prepotenti
- Largo! Largo che vogliamo ballare noi! – urlano. Tutti si spostano perché sanno che sono tipi da prendere con le molle
- Porta fuori Giovannino che lo vedo male… – consiglia Maria Marino a Pignata, trattenendolo per un attimo da un braccio
- Lascialo fottere! – le risponde liberandosi dalla stretta e i due si lanciano in sfrenate tarantelle con ardite giravolte. Poi Pignata prende il suo cappello e quello di Ritondale, li posa a terra nel centro della stanza e con aria di sfida dice
- Vediamo chi ha il coraggio di pestarli! – tutti guardano prima i cappelli e poi il bianco del calcio della rivoltella che ha appesa alla cintura. Gli invitati si appiattiscono lungo i muri per non essere d’ostacolo ai due e, soprattutto, per non buscarsi qualche pallottola. I due scambiaronsi un segno d’intelligenza mettendosi l’indice della mano sulla fronte, poi Ritondale dice all’amico
- Siamo pronti?                             
- Non ancora – gli risponde Pignata, senza che nessuno capisca cosa abbiano voluto intendere.
All’improvviso una bambina sfugge dal controllo del padre, fa un passo avanti e viene violentemente urtata da Giovannino Rotondaro che la fa finire a gambe all’aria
- Stai attento animale! – gli urla Gaetano Cauteruccio, il padre della bambina
- Parla con rispetto, bestia! – gli risponde Ritondale. A questo punto la rissa è inevitabile e cominciano a volare gli schiaffi fra i due. Qualcuno si mette in mezzo per dividerli ma si tira subito indietro dopo averle buscate.
Pignata fa una mossa all’apparenza strana: anziché intervenire per aiutare l’amico, indietreggia e si mette in mezzo alla porta della casa, come a voler sbarrare la strada a chi volesse uscire
- Largo! Largo per la Madonna! – urla Pignata mentre indietreggia e un attimo dopo tutti lo vedono con la rivoltella stretta in mano e il braccio teso verso il centro della stanza. Tre fiammate e tre detonazioni. Tutti, in preda al panico, cercano scampo tentando di entrare nell’altra stanza della casa. Qualcuno si butta a terra. Anche Ritondale e Cauteruccio hanno le rivoltelle in mano e comincia una furibonda sparatoria, ma nessuno capisce chi spara contro chi. Troppa la paura, troppo il fumo acre che impedisce di vedere e di respirare. Si sentono dei lamenti; qualcuno è stato sicuramente colpito. Poi il silenzio.
Pignata barcollando scende i tre gradini della casa e poi crolla a terra. Morto.
Ritondale, tenendosi una mano al petto dal quale esce un fiotto di sangue, si allontana. Anche Cauteruccio si allontana premendosi un fazzoletto sulla guancia trapassata da un proiettile.
Il Brigadiere Giovanni Bramanti ha il suo bel da fare per ricostruire la dinamica della sparatoria perché molte cose non quadrano: sul posto viene repertata solo una rivoltella di tipo Smith & Wesson, di medio calibro a cinque colpi, appartenente al morto, nel cui tamburo ci sono tre bossoli e due cartucce inesplose. E le altre due armi? I testimoni, vuoi per lo spavento, vuoi per proteggere gli amici, dicono di non essere sicuri che Ritondale e Cauteruccio fossero armati, anche se sono sicuri di avere sentito non meno di sette detonazioni e che siano stati esplosi più di tre colpi è confermato dai tre fori nel muro che conservano dei frammenti di piombo. I due fuggitivi sono rintracciati subito nelle loro abitazioni e quando il medico visita Ritondale una cosa appare subito chiara: il proiettile che viene ritrovato nella sua camicia dopo avergli attraversato la mammella sinistra in modo superficiale, è di un calibro più piccolo dei proiettili trovati nella rivoltella di Pignata. Quindi almeno due rivoltelle hanno sparato durante la festa di matrimonio.
- Ritondale e Pignata entrarono in casa con un contegno provocatorio, tanto che spingendo or uno, or l’altro invitato, fecero cadere quasi artatamente una mia bambina. Allora io, dando quasi amichevolmente un colpo sulla spalla del Ritondale, gli dissi che non era quello il modo di comportarsi e che se volevano continuare a restare dovevano rispettare le persone che erano in casa. allora, tanto il Ritondale che il Pignata, cominciarono a tirare colpi all’impazzata e uno dei colpi mi raggiunse alla bocca. Non distinsi però, nella confusione, se mi ferì il Ritondale od il Pignata. Io allora cercai di allontanarmi in una stanza attigua ed allontanandomi tirai un colpo di rivoltella, senza però avere l’intenzione di ferire nessuno, ma di intimidire sia il Ritondale che il Pignata, dopo di che mi fecero entrare nella stanza e non vidi altro. Solo quando uscii vidi il Pignata morto per terra nei pressi della porta di casa… sono innocente… – così ricostruisce i fatti Gaetano Cauteruccio che non rivela che tipo di arma avesse. Ma è già un passo avanti, sebbene i conti ancora non tornino
- Sono innocente dei reati che mi contestate di omicidio in rissa, di lesioni in rissa e di mancata denunzia di armi – esordisce Giovanni Ritondale, che continua –. Mentre stavamo ballando io e mio cognato Pignata, inavvedutamente colpimmo una bambina di Cauteruccio che cadde per terra. a questo il Cauteruccio si risentì e si lagnò con me. io gli feci osservare che non avevo colpa nel fatto, al che il Cauteruccio mi diede due schiaffi. Il Cauteruccio allora mise fuori la rivoltella sparando diversi colpi, uno dei quali mi colpì alla regione mammellare sinistra. Non è punto vero che anch’io abbia tirato colpi di rivoltella, che né allora, né prima ho mai posseduto; quello che è certo è che io non appena colpito fui afferrato da mia cognata Mazza Filomena e da Basuino Angela ed in questo mentre vidi sparare dei colpi al Pignata ed al Cauteruccio
Il Brigadiere Bramanti è molto scettico ma il problema, se non si troveranno le armi, esiste realmente, anche perché i due imputati evidentemente godono delle testimonianze di favore dei presenti al fatto. Bramanti trova un solo testimone disposto, dopo molte insistenze e minacce di arresto per reticenza, a rivelare che la rivoltella di Cauteruccio era una Smith & Wesson di medio calibro, ma è comunque costretto ad ammettere: non è stato affatto possibile assodare quale dei due abbia ferito e quale abbia ucciso. Forse l’autopsia potrà chiarire qualcosa.
Il proiettile, che appartiene ad arma di grosso calibro, ha percorso un tragitto obliquo che va dall’alto in basso, dall’esterno all’interno e da destra a sinistra. Tale proiettile ha leso prima il lobo del polmone destro, ha spezzato l’arteria polmonare del lato omonimo, ha leso il pericardio e ha poi leso l’inizio dell’aorta ascendente nel punto d’inserzione del cuore. Il proiettile, proseguendo il suo tragitto, ha leso il terzo lobo del polmone sinistro, ha frantumato il margine della sesta costola, senza fuoriuscire e sarà andato facilmente a disperdersi nella regione scapolare sinistra, oppure nella massa muscolare costo-lombare.
Stando a quanto dicono i periti, a colpire mortalmente Pignata non dovrebbe essere stato Cauteruccio il quale, secondo il testimone, sarebbe stato in possesso di una rivoltella di medio calibro, mentre la pallottola che ha ucciso Pignata era di grosso calibro. Facile pensare, a questo punto, a Ritondale, ma senza l’arma e senza testimoni che dicano chiaramente di averlo visto sparare, non ci può essere certezza.
Però ci potrebbe essere un mezzo per stabilire chi ha sparato: la posizione dei tre nella stanza rapportate alle traiettorie dei colpi, ma nessuno dei presenti è in grado (o vuole) di ricordare le posizioni dei tre
- Io ero a tre passi di fronte al Pignata. Il Ritondale ed il Cauteruccio dovevano trovarsi alle mie spalle ed un po’ più di lato… rimasi così attonita e confusa che non potei seguire i particolari della scena… – dice la quarantatreenne Angela Basuino
- Tutti sparavano, non si capiva niente in quella confusione e io, data la paura per me e la sorte di mia moglie, non riconobbi nessuno degli sparatori – racconta Antonio Crusco, lo sposo
Come dargli torto?
La questione resta insoluta e non c’è verso di far rivelare agli imputati dove hanno nascosto le armi. Si tenterà di portarli a processo sulla base del poco che si è accertato, ipotizzando che a sparare il colpo mortale contro Pignata sia stato Gaetano Cauteruccio. La Sezione d’Accusa ritiene sufficienti gli elementi presentati dalla Procura Generale del re e rinvia al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza Gaetano Cauteruccio con la duplice accusa di omicidio volontario in danno di Giuseppe Pignata e di mancato omicidio nei confronti di Giovanni Ritondale. Rinvia a giudizio anche quest’ultimo con l’accusa di complicità corrispettiva con l’ucciso Pignata e di mancato omicidio nei confronti di Cauteruccio. Inoltre, entrambi dovranno rispondere del reato di porto abusivo di arma da fuoco e del relativo mancato pagamento della concessione governativa.
Il 15 luglio 1926 si apre il dibattimento, nel corso del quale non viene chiarito nessun aspetto oscuro della vicenda, ma la Giuria si convince che Gaetano Cauteruccio ha sparato perché trovavasi costretto dalla necessità di respingere da sé una violenza attuale ed ingiusta e lo assolve. Ma si convince anche che Giovanni Ritondale non ha sparato nemmeno un colpo e assolve anche lui.[1]
Delle due, l’una: o Giuseppe Pignata ha ferito sia Cauteruccio che Ritondale, o tra gli invitati c’era un quarto uomo armato che, nella confusione di quei momenti, sparò non visto da alcuno.



[1] ASCS, Processi Penali.